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Citazione

E oggi mi sono imbattuta in queste vecchie mail.
I carteggi con i miei collaboratori dicono tanto di quel che mi piace fare e come mi piace lavorare.

—-Messaggio originale—-
Da: Lullabyyy84
Data: 07/09/2012 22.59
A: “Scenografa”
Ogg: Dimmi di si…

E’ arrivata l’ora di scriverti questa mail.
Ho aspettato di definire le cose più importanti e tra queste ci sei tu.
Ti avviso alla fine o mi sposi o mi uccidi. Adesso pensi di amarmi ma tra un po’ inizierai ad odiarmi, credimi!
Iniziamo subito la trasformazione di questi buoni sentimenti che alloggiano nella tua dolce e pacata persona.

Come non sai (ma ora te lo dice zii Lullaby) quest’anno la compagnia andrà in scena con due spettacoli:
a dicembre con una “leggerissima e allegrissima commedia di Miller”
e a marzo ci sarà il mio.

Ti starai domandando Titolo e Autore del testo…. ma queste sono cose secondarie bella mia!!! Che non lo sai?!! (già tremi)
La mia mail è un ufficiale invito a stare nella mia banda.
Teorie per convincerti?
MMMMMh
OK non ho il testo e il titolo lo sceglierò stanotte, come dico di fare da 1 settimana a questa parte,
ma ho grande idee per noi.

Partiamo dal tema (così prendi una bella botta subito e poi è tutta discesa)
L’AMORE! Non fare quella faccia. Pare che esista davvero (me l’ha detto Roberto Giacobbo) e voglio farci uno spettacolo sopra. Amore nel senso di RELAZIONI, RELASCIONSHIPZ ( gli inglesi stanno avanti coi vocaboli azzeccati per ogni cosa), INCONTRI, CASO, EPISODI, STORIE, COINCIDENZE.

Avremo un luogo fisso. Una panchina in un parco e tutto si svolgerà lì. Non so come mi è venuto, ma ho pensato che una panchina può essere in un dato parco per anni, addirittura secoli, è spettatrice muta del tempo che corre, delle persone che passano e di quello che succede lì mentre lei tiene in braccio una data persona o +! E’ su di lei che gli adolescenti scrivono romantiche frasi tipo LELLA TI LOVVO, CARMINUZZO SEI UN FIGO PAZZE§CO, GIUSY E MARY 4EVER AMICHE, IL PROF. GEDUALDI CHA ‘NA FIATELLA IN STILE MALAGROTTA. Sembra sciocco ma ormai a furia di pensarci sto seriamente pensando che le panchine abbiano un’anima. Può arrugginirsi ed essere ritinteggiata, può avere qualche pezzo rotto, ma non puo’ parlare; io voglio farlo al posto suo.

Voglio raccontare tante storie, tutte diverse (qualcuna si incrocerà), 
massimo due personaggi. Ogni volta attori diversi, 
tempi diversi, clima diverso, espedienti diversi, costumi diversi.... hai 
capito... no ancora no... ti do qualche altro istante... adesso 
cacci un urlo! 

Diciamo che vorrei la pioggia, la neve, il vento, le stagioni 
che passano ad ogni cambio scena.... ok ora sei morta! E non 
ti ho ancora detto che in una scena ho bisogno di un cappello che voli così 
dal nulla! 
Cmq non sarai sola, come ben sai ti sto comprando 
una schiava, ed ho in progetto di iniziare subito con la progettazione 
scenica e da settembre a dicembre delineare tutto il possibile e 
trovare tutti gli stategemmi che la natura o la magia ci permettono. A 
spiegartelo bene ogni lunedì o giovedì ci sarà un incontro con i 
tecnici, avremo una bella lavagna e tanti pennarelli colorati studieremo 
tutto (chiederò alla produzione un consulente esterno, vorrei 
chiamare Zeus se possibile). Avremo degli incontri fissi una volta alla 
settimana nel foyer del teatro armati di birre e bibite gassate 
gentilmente offerte dal teatro a sua insaputa. La stessa sorte 
toccherà al pacchetto autori che con lo stesso metodo dovrà 
partorire le scene.

Non voglio riempirti di particolari e mandarti in confusione, ci sono altre 
cose che ho già deciso. Ho praticamente 
pensato quasi a tutto tranne al titolo e agli attori. VA BENE!
Ho una forte ispirazione a guidarmi ed è stano da una pragmatica come me, ma 
come mi dico sempre: se da un idea ho iniziato a 
scrivere un intero taccuino ho come l'impressione che non potrò tirarmi 
indietro.
Sto raccogliendo tutto quello che mi ispira dentro questo 
album

Sono pronta ad ogni chiarimento
ma non sono pronta ad un no, sia chiaro! Altrimenti vengo 
sotto casa tua e ti canto questa canzone: http://www.youtube.com/watch?v=DHipAnCpU4Y
TI LOVVO
Lullaby

P.s.: Quando saremo famose e 
qualcuno deciderà di pubblicare i carteggi tra di noi io sarò felice di 
essere già morta almeno non avrò il problema di sapere dove 

sotterrarmi!

Sono qui anch’io. Tutta matta.
Lullabyyy84-IO³

Carteggiando con la mia scenografa

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“Lettere a un giovane poeta” Rainer Maria RILKE

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A chiunque volesse iniziare il mestiere dell’artista…
A chiunque ha già intrapreso la strada e si sente perso…
A chiunque si sente già arrivato…

La poesia e lo spirito

rainer-maria-rilke.jpg
Parigi,17 febbraio 1903

Egregio signore,

la sua lettera mi è giunta solo alcuni giorni fa. Voglio ringraziarla per la sua grande e cara fiducia. Poco altro posso. Non posso addentrarmi nella natura dei suoi versi, poiché ogni intenzione critica è troppo lungi da me.

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Bello + Bravo 2

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È passato un anno. Si, ci siamo conosciuti circa 12 mesi fa, abbiamo lavorato insieme, bene, tutto un po’ strano, cose dette, cose non dette, cose sentite ma mentite… chissà perché. Dopo dei miei ripensamenti e un tentativo di riavvicinamento, il nulla, strano, ma accettato. Sono passate 4 stagioni e siamo di nuovo lì, a lavorare, di nuovo insieme. Abbiamo più tempo e occasioni e una calamita più forte ci attrae uno all’altro. Tutto + palese, spregiudicato, davanti a tutti, chissà perché… forse perché è stata troppa l’attesa, perché tutto è più forte, per non farsi scappare un’altra occasione, forse perchè sono per lui un corpo che chiama? Chi lo sa… chi vivrà vedrà. Nel frattempo sono avance, complimenti, curiosità… e attrazione, forte, fortissima, incontrollabile.
Quell’inizio così confidente “Ah ma tu non la conosci lei, questa è un fenomeno” con quella voce che vibra e quasi si spezza ad ogni parola detta. “Smettetela di fare comunella voi 2 là dietro”, “Non mi far fare brutta figura col capo”, “tu mi distrai”.
E poi qualche domanda più personale: “sei fidanzata?” “No” “come è possibile…una ragazza bella, brava come te… devo trovarti un fidanzato” Voglio stare da sola, non voglio una relazione.
Le sere passate insieme, come 365 giorni fa, nel buio di una cabina di regia, dove lo ritrovo a fissarmi, borbotta frasi, ride, se la ride, mi sorride con quel suo becco peloso e quegli occhiali scheggiati. Mi tocca le spalle per farmi forza, per avvicinarsi con delicatezza a quella solitudine di color grigio perla che mi circonda. Mi desidera, ma non potendomi avere inizia a provare affetto per me, mi studia e vorrebbe qualcosa di me. Io faccio poche domande, lui è sempre più espansivo e riesco a capire molto anche solo osservandolo. Viene fuori qualcosa che non avevo mai saputo: è fidanzato, facendo i conti da un bel po’. Avevo avuto il sospetto spiando la sua vita e ora ho la certezza. Si lascia sfuggire qualcosa: lui vorrebbe una famiglia lei no, hanno una bella età matura entrambi ma vivono ancora separati. Lo trovo assurdo ma me lo tengo per me. Io regalo una cosa a lui e lui una a me, in ricordo di questa cosa strana…IMG_20131030_125358
Arrivano i tanto attesi giorni di fuoco, fuori casa, insieme a lavorare a stretto contatto, a viaggiare insieme e pare tutto partito in sordina ed invece qualcosa succede. Siamo in auto, in un viaggio della speranza, si chiacchiera, mi fa domande, si diverte, gioca e scherza, ci avviciniamo spalla a spalla al centro e prese dal sonno le nostre teste si chiudono una sull’altra, morbidamente. è notte e ci fermiamo un oretta per dormire, siamo tutti e due sui sedili di dietro ma quasi lontani, nel sonno che ci avvolge cambiamo posizione, siamo uno di fronte all’altro e il mio braccio è disteso, al centro, tra di noi. Nel sonno lui si muove e la sua mano tocca il mio avambraccio, non so se consapevolmente, apre la mano e lo afferra forte tirandoselo a sé, io mi desto dal dormiveglia solo per vedere tutto ciò, sorridere e poi prendere sonno serenamente.
Il giorno arriva, il lavoro chiama, non ci si ferma un’attimo, problemi su problemi, lui ne ha più di tutti. Tutti vanno a pranzo tranne lui e io decido di aspettarlo, per una questione di aiuto professionale e affetto, per non parlare della preoccupazione dettata dal problema alquanto grave che ha di fronte e che solo non sarebbe stato in grado di risolvere. Penso al passato e a tutte quelle volte che lui ha risolto i problemi per me, quello che stavo facendo era il minimo. Le proviamo tutte ma ad IMG00678un certo punto non resta che mollare. Ad inizio serata, nei pochi minuti che abbiamo di libertà mi avvicino a lui per congratularmi del fatto che non si è fatto prendere dal panico, si lascia abbracciare, la sua testa è sul mio stomaco e pare godere di quelle coccole come un bambino. Non ci stacca più nessuno. Gli accarezzo la fronte, i capelli, gli bacio le tempi, lo avvicino al mio petto… (di pollo.. XD)
Finisce questa delirante giornata davanti ad una cena e a del vino, ubriaco di gioia mi accarezza il braccio, come fossi cosa sua, e mi guarda con degli occhi stupidi. L’indomani si ritorna a casa e per qualche ora siamo di nuovo entrambi sui sedili di dietro, in posizione opposte, neanche il tempo di salire in macchina e siamo chiusi in una morsa con le mani nelle mani e ad accarezzarsi. La mia testa sulla sua spalla, le sue mani che accarezzano le mie, io che gli accarezzo l’interno del suo braccio, lui che mi prende con una mano il mento con una carezza sulla guancia, io che accarezzo le pieghe esterne alla gamba del suo jeans. Devo fermarmi per non andare oltre e aspettare l’arrivo a Roma. Scendiamo dalla macchina come due estranei, con un arrivederci a non si sa quando.

Sono qui anch’io. Sempre stata sua.
Lullabyyy84-IO³

Settimana 11, 12 e 13 e poi problemi!

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Settimana 11

– La sua entrata in maglietta nera in reparto. Maledetto hipster.
– Il suo arrivo alla mia maniera, ignora tutti, entra e riesce, in seconda mi saluta come se fossi l’unica lì.
– I clienti lo fanno arrabbiare e sbaglia sempre.
– Quando per passare mi spintona (x 2 volte).
– Quando lascia le cartacce sulla mia postazione.
– L’orecchino bello.
– Quando ad un suo collega scandisco la frase appena detta, e lui che era lì per prendere una stampa ride di quella scenetta.
– L’adesivo che mi attacca al braccio dopo essere uscito dalla riservetta e io che con quello stesso, per ripicca, gli faccio una ceretta. Lui fa solo un verso di dolore e poi resta lì.
– Il momento usb da rimpiazzare, i patago e i ricordi mediamarket
-Il momento tablet
-Il prezzo dell’lte
-Il seriale del tab e i suoi capelli bianchi in testa
-Ma perchè sei sempre così violenta?
-Il saluto di fine giornata con il toccarsi mancato sento lui che vuole un contatto dolce e affettuoso e poi mi fissa da lontano mentre parla ad un cliente ed io vado via.

Settimana 12

-Una settimana con me tranquilla, migliora il rapporto.
-Qualche collega inizia a notare qualcosa di strano e mi dice “tu gli piaci”
-Ci trovano in cavau più volte
-La vendita del tablet è insieme, sorride per quel mio modo autoritario di impormi
-Lo chiamo e lui già sorride, come al solito. Mi dice “Grazie”
-Qualcuno rovina tutto dicendo: “non puoi prendertele tutte tu”
-Io sono sempre più presa da lui…. mi piace cazzo
-Ho fissato le sue brutte mani che battevano alla tastiera con quelle dita fini e sono rimasta fissa e inchiodata dai brividi.

Settimana 13

-Il capo lo segue con fare strano, io preoccupata mi avvicino a lui, vado ad informarmi preoccupata, quando capisce il gesto si fa il sorriso celato in volto
-Mi passa davanti e mi schiaccia un piede.
-Lui si avvicina e gli dico che se “parli male di me in giro la gente me lo viene a riferire prima o poi”. Mi chiede chi, non rispondo, sorride. E qui iniziano i problemi…

Problemi!

Problemi, problemi… e già! Una sera d’estate passata con una collega di reparto mi mettono in una condizione che forse mi salva il cuore da tutti i problemi che avrei potuto avere… e già.
Lei che si apre a me raccontandomi, mezza ubriaca, di tutto quello che ha vissuto con lui. Ad ogni frase io sgrano sempre più gli occhi e rimango allibita.
Iniziamo da quella fantastica festa, lei confessa proprio che è stato quello l’evento che ha dato un’accellerata alla loro frequentazione. Quella stessa sera ha flirtato con me che ero accompagnata da Emilio.
Sono usciti insieme un paio di volte, si sono baciati, ecc… ma proprio nel momento che qualcosa doveva accadere, con le chiavi di una casa fuori Roma pronta, tutto si scioglie senza motivo. Lei ancora non se lo spiega. “Gli ho detto chiaramente non volevo una relazione, si vede lontano un miglio che sono una che si diverte e non si fa problemi”.
Ha ragione, ma per magia una senza problemi inizia seriamente ad interrogarsi, a farsi pippe mentale e problemi. Si problemi che la sua mente crea per giustificare quell’interruzione senza senso e motivazioni. “Sai Lù la cosa più brutta quale è stata… tornare a lavoro e vedere che nel suo atteggiamente non sia cambiato nulla. Che vuole baciarmi ancora in magazzino, che flirta con me, ma io dico: dovevamo fare sesso e sei sparito!”. Mi racconta che ha una ex ancora molto presente che gli ha spezzato il cuore a dalla quale lui non riesce a staccarsi “ogni volta che lei chiama lui si catapulta da lei”. La mia collega è sempre più visivamente a pezzi, la cosa che mi sconvolge di più è di come una persona così vitale come lei sia completamente incupita e depressa. “Lui distrugge tutto quello che tocca”. Lei quasi piange e mi si stringe il cuore, non riesco a rimanere insofferente davanti alla sua sofferenza e a quelle dichiarazioni, così le prometto che gliela avrei fatta pagare. Lei sorride e mi da della Crudelia Demon.

Così è stato anche se non è andato proprio come volevo. Ero troppo coinvolta, da lei, da lui…
Senza calcolarlo più di tanto inizia una reazione naturale guidata da quello stato d’animo che mi possedeva: il disprezzo.
Non sono una bigotta, vuoi essere pieno di donne, puoi farlo, ma se sei chiaro e sincero e le porte del paradiso ti saranno spalancate.
Perchè si era ritratto da lei, la sua ex era una presenza così forte? Perchè lei era così provata, proprio lei che è sempre stata felice anche nelle situazioni difficili? Ho paura di quel grigio che si porta dentro, non voglio avvicinarmi a lui è la stessa cosa che mi ero detta il primo giorno che l’ho incontrato. E’ così, inconsciamente, che mi ritrovo ad allontanarmi: ogni volta che si avvicina mi allontano con una scusa, poi faccio finta di non vederlo, evito il suo sguardo e piano piano non riesco più neanche a salutarlo. Non volevo arrivare fino a questo punto ma ci sono dentro con tutte le scarpe.
Lui combatte per un po’, ogni volta ci riprova a riavvicinarsi, rimango piacevolmente stupita ma non abbastanza da farmi cambiare atteggiamento. Lui si logora un po’, quel po’ che basta per lasciargli una voragine su cui affacciarsi. Non capirà, anzi darà soluzioni semplici ed infantili alla cosa ma in cuor suo saprà. Lo so che ha il sospetto che lei mi abbia detto qualcosa ed avrà fatto un 2 + 2 semplice, ma avrà mentito a se stesso e ora pensa che sono pazza e che lo voglio talmente tanto da avere reazioni da bimba minkia. Ma quel suo sguardo amaro, quello che ora mi rivolge ogni volta che gli cadono gli occhi su di me mi dicono altro.

Una strana azione la mia, resto un po’ a cercare di capire e cercando di capire ci trovo un mondo, il mio mondo…
Mi piace lui, mi è sempre piaciuto e allo stesso modo di quanto mi è sempre piaciuto me ne sono sempre tenuta alla larga anche se attratta magneticamente. Ho sempre avuto paura dell’effetto che mi faceva e di quel suo modo di dare e togliere, di farti sentire l’unica donna sulla faccia della terra, la più bella e allo stesso modo riusciva a non esporsi neanche un po’. Se ti piace la vita, le sue emozioni, le donne, le fighe, tu la vita la vivi a capocciate, sfondi tutto per vivere tutto con una potenza massima. Chi si nasconde ha paura, chi si nasconde ha qualcosa che non vuole che si veda. Io non mi fido di questi… quel che gli manca lo rubano senza permesso da te e non si macchiano neanche della colpa restando nascosti dietro un masso grande quanto loro.
Ma poi ci penso ancora e conoscendomi c’è di più. Non lo saluto e lo evito… non dare attenzioni ad un narciso patologico è come innescare una dinamite, e io lo so. Perché nel momento stesso che ho smesso di rincorrerlo, lui si è avvicinato a me per cercare di capire. Come lui si insinuava nei miei pensieri adesso io sono nei suoi… cerca una logica e non la trova e pensa e ci ripensa e pensa a me. Mi guardava con uno sguardo che mi lasciava nuda e ora i suoi occhi non hanno più quel potere, anzi, mi guardano persi, provano ad essere arrabbiati e pieni di sdegno ma risultano solo amari e amareggiati.

Sono qui anchio. Salva da lui.
Lullabyyy84-IO³

Settimana 9 settimana 10

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Sono passati due mesi da quando ho messo piede in quel posto e ancora non sono riuscita a concludere nulla. Le ultime due settimane sono passate più o meno velocemente e diventa sempre più semplice far arrivare il sabato…
La settimana 9 si è aperta portandosi dietro i grandi rimpianti di quella precedente. Grande voglia di ricominciare: Sì, ma lui dov’è! Ferie? Permesso! Il sabato è un vuoto, una giornata passata a fissare l’ingresso, ma di lui nemmeno l’ombra. Non so che pensare sono triste e l’indomani non so come lo vedo. Invece il miracolo, eccolo che arriva durante la mia pausa pranzo, si fuma una sigaretta e chiacchiera coi colleghi dell’evento del giorno precedente, è quello che lo ha fatto assentare. Sospiro e fisso altro, lui mi ha gli occhi su di me, come sempre. Iniziamo bene la giornata, ognuno chiede all’altro “come stai?” e le risposte sono da persone normali, si fanno discorsi normali,”le hai viste le foto?” “No” sembriamo due persone normali “…io ero il più fico”. Ovviamente dura poco, il gioco dell’ironia ci riporta al nostro solito rapporto dove lo stuzzicarsi e il far notare errori e inappropriatezza sono ormai sport nazionale. “Ma perchè” gli dico “stavamo andando così bene, sembravamo quasi normali”. Se la ride sotto i baffi. Insieme agli altri parliamo un po’ di me, cosa facevo prima di arrivare in questo posto, ma i clienti rovinano ogni tentativo. Mi ritrovo a smontare pezzi e a buttare roba, faccio lavoro da uomo sola, non voglio nessuno accanto. Mi sbarazzo di vecchie cose e come un mulo faccio avanti e dietro, lui passa proprio in quel momento, qualcuno dice di essersi proposto per darmi una mano ma che io ho rifiutato, qualcun’altro ribadisce il fatto che sono un uomo mancaro e lui annuosce e ride di quella mia testardagine e quella buffa voglia di affermare la mia forza e la autosufficenza. Gli piace anche questo di me? Perchè? È sempre la solita domanda che mi faccio, perchè dovrei piacere a qualcuno? Sono uno spigolo vivo, sono arrogante, le mie battute radono al suolo l’ego di chi mi sta accanto, sono testarda, saccente e schiva. Sono campionessa di fuga, non c’è nessuno che come me sa evitare le situazioni imbarazzanti o intime. Colpisco con una mazza chiodata chiunque provi ad avvicinarsi a me e a chi lo fa con l’intento di avvicinarsi al mio cuore lo colpisco con ancor più forza. Lui è già caduto una volta e si è rialzato, mi domando quanto altro reggerà e dove lo porterà la disperazione di trovare sempre porte sbarrate. Devo cambiare approccio infondo lui mi piace, per quel poco che ho capito di lui, sono importante per lui, sembra che in quelle 4 ore che ci vediamo tutto il suo mondo gira intorno a me… non è questo fondamentale per una donna. Ah si infatti, io non sono una donna. Come dice qualcuno io sono un “froscio” una donna, con atteggiamenti maschili a cui piacciono gli uomini! Froscia appunto! Non mi importa che duri una stagione, un’anno o meno di pochi giorni, ma lui mi fa una paura matta. Ho un’idea e il suo contrario, è un perfetto steriotipo eppure nesono attratta, ho paura di trovare solo una sagoma vuota, di essere il premio di una contesa, di essere solo una sfida da vincere a tutti i costi. Ho paura di lui.
“Ciao a tutti ragazzi” lui ovviamente sovrasta il coro e riprende a salutarmi alla sua maniera “Ciao Lullabyyy”. Ritorna un pacco in vendita, lo ripone vicino alla mia postazione. “Abbiamo trovato questo…” ci appollaiamo insieme per controllare, siamo vicini come poche volte… è bello… ci credo quasi che si possa ripartire da lì… e… invece… arriva un maledetto cliente che lo porta via. Non perdo l’occasione di riparlarci però, di farmi dire a tutti i costi qualcosa che voleva nascondermi per finto imbarazzo e alla fine riderci sopra.
L’ultimo giorno della settimana 10, ho un permesso e attacco nel pomeriggio. Mi arrivano chiamate a casa, pare ci sia un problema, arrivo appena posso. Attacco una decina di minuti prima dell’orario preventivato, trovo lui all’ingresso, si volta, mi guarda, mi riconosce e il suo viso cambia sembianze, pare illuminato, mi sorride come non aveva mai fatto e mi sento bella come di riflesso. Una scena incredibile, da film, come in un rallenty. Mi avvicino e mi sembra che ci siamo solo noi due… poi dal lato qualcuno mi chiama… mi volto e scappo via da lui prima che il suo sorriso mi contagi e inizi a sembrare una stupida. Anche gli altri notano qualcosa di diverso: “mi sono solo lavata, ragazzi” “hai una luce diversa” “dovete smettere con la droga vi fa male”.
Faccio più caso a tante cose ora che la situazione è ormai diventata norma: ogni volta che lo chiamo per una qualsiasi cosa lui mi guarda e compare sulla sua faccia uno strano sorriso/ghigno tra il contento e il compiaciuto. Non lo sopporto, lo glisso sempre, sembra come se viva la giornata aspettando l’attimo in cui ci incontreremo e a quel punto ne gioisce. Adesso piace anche a lui giocare xon l’ironia: ci capita un cliente molto deciso, spendaccione e scherzoso. Lo servo io, poi chiamo Alto più che mai per concludere la vendita. Lui fa battute a me, io a lui, il cliente partecipa, lui al cliente, il cliente a me, io al cliente. Finiamo e mandiamo lo spendaccione alle casse. Un attimo di vuoto, silenzio, io e lui di nuovo e nonostante gli infiniti argomenti io non ce la faccio a resistere, sento i suoi occhi che dall’alto mi fissano e presa dal panico attendo un attimo, poi l’eco di quel silenzio mi da la forza per scappare via. Sento i suoi occhi puntati che scivolano piano piano nel dubbio con un sottofondo di delusione. Eh, mi dispiace, ma nun ja potevo fa! Il cliente ritorna, me ne occupo io e tocca di nuovo a lui aiutarmi. Consegnamo il prodotto ma c’è un errore. In quello stupido gioco di battute c’è stata un incomprensione e un conseguente errore di Alto. Vedo nervosismo in lui, è tanto affabile coi cliente ma odia avere torto e lì diventa un’altro. Finisce la procedura di reso e termina anche il nostro orario di lavoro, si dilegua mentre io dolcemente lo metto in guardia: “n0n puoi fare ironia con i clienti, vedi che succede!” “E già, ma posso farla con te, no?” E si dilegua, come è di solito uso mio fare. So che sta staccando e potrei rincontrarlo in abiti civili. Indugio davanti alla macchina per trovare le chiavi e dopo un po mi sento chiamare. “Ciao Lullabyyy. Pensami” “Certo! Mi preparo agli incubi”. Rimango fulminata, come per quel mio ingesso dello stesso giorno col suo viso mai visto così perso in me. PENSAMI? Ci resto quasi secca. Ha un eco quella parola che mi inchioda. Provocatoria, si certo, ma con un velo di verità.
Speriamo di iniziare altrettanto bene la settimana 11. 😉

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Sono qui anchio. Penso-te.
Lullabyyy84-IO³

Citazione

PicsArt_137573566723La semplicità è mettersi nudi davanti agli altri. E noi abbiamo tanta difficoltà ad essere veri con gli altri. Abbiamo timore di essere fraintesi, di apparire fragili, di finire alla mercè di chi ci sta di fronte. Non ci esponiamo mai. Perché ci manca la forza di essere uomini, quella che ci fa accettare i nostri limiti, che ce li fa comprendere, dandogli senso e trasformandoli in energia, in forza appunto. Io amo la semplicità che si accompagna con l’umiltà. Mi piacciono i barboni. Mi piace la gente che sa ascoltare il vento sulla propria pelle, sentire gli odori delle cose, catturarne l’anima. Quelli che hanno la carne a contatto con la carne del mondo. Perché lì c’è verità, lì c’è dolcezza, lì c’è sensibilità, lì c’è ancora amore.

Video Justin Timberlake – Mirrors

 

Sono qui anchio. Nuda davanti ad uno specchio.
Lullabyyy84-IO³

La semplicità è mettersi nudi davanti agli altri (Alda Merini)

La gelosia? Più la scacci e più l’avrai…

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“Alto più che mai” mi costringe al terzo post.
Mi faccio troppe domande e sbaglio, ancora una volta. Il ragazzo questa volta molla e cambia a seconda del mio umore e delle mie necessità, a sto giro in negativo però.
Non ce la fa più! È stanco di essere ignorato, ha chiesto attenzioni in ogni modo, ha giocato al mio gioco, si è messo in discussione, ha moderato gli atteggiamenti avendo cura e attenzione per me, ma non ho saputo apprezzarlo. O meglio io l’ho apprezzato ma non l’ho palesato pubblicamente… errore!
È lui quello che ha fatto una telefonata dal suo cellullare per risolvere un problema che poteva intaccare me a lavoro.
È lui che quando ho avuto una pessima giornata mi ha domandato: “Che hai Lullabyyy? (…) La prossima volta vieni da me che ti chiamo il capo al cellulare”.
È lui che mi ha abbracciato con affetto sincero quando imbarazzata dai complimenti di un cliente non sapero come rispondere.
È lui che non mi perde un attimo di vista, che si è interessato di venirmi a parlare nonostante il mio essere schivo e riservato.
Ed io l’ho riempito di insulti, frecciatine crudeli, l’ho deriso e umiliato.
Non ce la posso fare… sono nervosa, mi crea un’ansia l’avvicinarmi a lui. Avrei un sacco di cose da chiedergli ma mi si azzerano all’idea di dover avere la sua faccia così vicina alla mia.
Si è stufato di me e dei miei capricci, se quando arriva io sono sempre intenta a fare altro e non riesco a salutarlo. In passato ha avuto parecchia fantasia per trovare sempre un modo divertente per distogliermi da quello che stavo facendo: la bottiglietta d’acqua fredda passata sul mio avambraccio mentre sono intenta a parlare con dei clienti, che mi fa spaventare, mi volto e ce lui che mi fissa aspettando la mia reazione. Quei momenti in cui mi fissa da lontano dal corridoio centrale e mi butta occhiatacce crudeli. Quando sono immersa nei miei pensieri alzo la testa e lui da lontano ha uno sguardo perso su di me. Quando me lo ritrovo alle spalle e con un espediente mi fa spaventare.
Oggi però non mi rivolge parola, apparte un saluto tardivo ad un incontro fugace nei corridoi con un “Ciao Lullabyyy” e un rumore di simulazione di un bacio fatto con la bocca. Deve essere stato tutto causato da quelle due domande che mi ha fatto l’altra settimana fissandomi e chiedendomi “ma stai scherzando o stai dicendo sul serio?” ed io ad entrambe ho risposto “sono seria!” ma non ricordo proprio cosa mi diceva… Sicuramente era uno dei soliti giochi dove io per scherzare (pesantemente) ho risposto il contrario di quello che volevo dire, probabilmente lui invece era molto serio, l’avrei dovuto capire da quello sguardo di traverso…
Ero all’ingresso del lungo corridoio che è il nostro magazzino, il mio collega dentro non trovava quello che doveva e ha chiamato lui in soccorso. Mi è passato davanti e si è fatto tutta la passeggiata per raggiungerlo, per la prima volta mi sentivo al sicura da sguardi indiscreti e indiscretamente l’ho guardato… al suo ritorno non è stata la stessa cosa, io avevo lo sguardo altrove e lui ha fatto lo stesso.
Qualcuno parla di lui al banco, “Alto è vero che suoni il piano pianoforte”, “Si” risponde lui.
Lui che alzandosi dalla scrivania risponde ad una provocazione di un collega “Non ho neanche uno straccio di relazione con una donna…”.
Tutti elementi intercettati casualmente da me perché casualmente ero lì… che dicono qualcosa in più di Alto più che mai, un bizzarro ragazzo che mi fa capire quanto l’apparenza inganni e che per quanto provi a tenere le persone lontane da me farò il mio bene forse ma non il bene di tutti.
È una giornata strana dove tutto quello che fa mi risuona come pensiero con tanto di eco nella testa. Lo ritrovo a dare una mano ad una mia collega, ci passa un bel po’ di tempo, sono qualche corridoio più avanti e posso vederli, sono molto vicini e lui è anche di spalle. Io metto in atto una vendita dissociativa: cioè parlo col cliente ma ho gli occhi e la mente lì a controllare quei due. GELOSIA!!! Che fanno? Perché ridono? Di che cosa ridono? Ad un certo punto lui si volta verso di me e raccolgo un fugace sguardo. Completo la vendita e porto i clienti alla scrivania per le pratiche varie, me li ritrovo lì uno vicino all’altro, davanti al pc. AAAAHHH! Odio profondissimo e sconforto mistico. Sto malissimo, ho il sangue al cervello e loro sono lì impassibili e noncuranti. ODIIIIOOOO! Non posso meritarmi questo… sono stata davvero così crudele da meritarmi questo? PENSO DI SI!
Sono le 19:30 e mi perdo la sua pausa sigaretta, quella che ogni volta ci fa incontrare nello spogliatoio per quell’ultimo “ciao” che lo fa diventare come al solito l’ultima persona salutata, la più importante! Lui ritorna e sono ancora lì. Vado via saluto tutti e lui mi ignora. Rientro e mi ignora. Penso di stare abbastanza male e di aver compreso la lezione che voleva darmi.
Ho provato sulla mia pelle cosa significa essere trattati come io tratto la gente.
Ho capito che cos’è la gelosia.
Ho capito che mi dava tanto, stando anche alle mie regole, nel momento in cui ho perso tutto.
Ho capito che mi piace e che le mie paure valgono niente e che lui vale sicuramente di più.

Sono qui anch’io. Tolgo il piede dal freno.
Lullabyyy84-IO³

Bello + Alto più che mai 2

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Mi chiedo come catalogare la cosa e già sbaglio. Il ragazzo non molla e cambia a seconda del mio umore e delle mie necessità.
Il caso ha voluto che ci incontrassimo al di fuori del lavoro, ad una festa. Lo incontro quasi per ultimo, lo saluto per ultimo. Il saluto fa storia a sè. A lavoro sono abituata a salutare tutti a voce e a non avvicinarmi a nessuno. Lui non lo sopporta. Ha capito che non mi piace il contatto e trova delle alternative:: quindi urla il mio nome::: Lùllabyyy:: ::Al bar:: ::a lavoro:: ::fuori:: ::ovunque, con quel fare che dice: “Potrai ignorare gli altri ma a me non mi ignori, capito ciccia?!” A volte perde il controllo e mi mette in situazioni imbarazzanti: a lavoro, io con un cliente, lui da lontano, ancora in borghese, si sente risuonare la sua voce con il mio nome che riecheggia tra i corridoi, non mi volto ma inveisco con gesti. Termino la vendita e senza muovermi da dove sono me lo guardo, è così sicuro di sè che gli spaccherei la faccia. “Vieni qui!” dice qualcuno, ma a me suona come un ordine, ero pronta ad avvicinarmi ma quell’imperativo mi impedisce di ubbidire e torno sui miei passi. Lui è lì insieme agli altri e so di essermi persa una splendida occasione di stargli vicino ma mi sono anche allontanata da una fossa di leoni. Mezza vittoria, mezza sconfitta. Non c’è pace. Salutarsi è sempre un’impresa ma anche una sfida dai rituali ripetuti. Mettiamola anche su una questione pratica: sapete quanto è complicato salutare un tizio alto 1 metro e più che mai? Bisogna alzare la testa, mirare in alto, distendere tutti i muscoli e salire in mezzapunta, ci vuole anche l’ausilio delle mani per aggrapparsi per non cadere; ok hai baciato una guancia ora tocca all’altra, una torsione complicata in una posizione innaturale. Lo ammetto non è la cosa più complicata ma io sono molto pigra, mettiamola così. Dopo il suo “Ma perché parli con tutti tranne che con me” ho trovato giusto sottolineare il mio imbarazzo approcciando a lui un saluto a simpatica stretta di mano e baciando affettuosamente tutti i suoi colleghi presenti, tranne lui. Fa certe facce in quei momenti, sono molto comiche e quindi il gioco è ancora più divertente. L’indomani me lo ritrovo, dopo la sua entrata, che mi porge una mano per salutarmi con una stretta classica e formale (per la serie “se vuoi che sia così…così sia!”). Lo guardo ed ha quello sguardo buffo, gli sorrido e lo tiro a me come a rompere una bolla che avevo finto di costruire, due baci da persone normali, e mi sorride, come soddisfatto e felice come un bambino vergognoso. Muto va via e con lui un sorriso e una risatina sommessa e graziosa. Siamo alla festa, lui è l’ultimo da salutare e sa che ho finto di non vederlo in precedenza. Mi porge la mano, come a lavoro, io gli sorrido, accenno un inchino e gli stringo la mano. Lui replica il mio gesto di qualche giorno prima: mi tira a sè e mi afferra per fermarmi, mi bacia una guancia e poi l’altra. Sorrido, stupidamente, credendo che sia un bel gesto. Resto qualche minuto a chiacchierare e poi vado via, da altri amici. Sono seduta e bevo un drink in compagnia, ridiamo e scherziamo di cose passate, c’è molto feeling tra noi vecchi compagni. Lo vedo che da dove è, pochi passi lontano, si dimena durante una conversazione, camuffando come naturali dei gesti che non lo sono: mi cerca con lo sguardo, mi trova e poi ritorna a conversare con gli altri. Mi controlla, controlla dove sono, con chi sono e cosa sto facendo. Sono provata dall’alcool e mi diverto, non mi trattengo e lo chiamo a me per presentargli Emilio con la scusa di una somiglianza o identità speculare tra i due. Effettivamente si assomigliano, stesso approccio col cliente, due ragazzi carini e per entrambi provo un’attrazione stramba. Non trovo l’accendino, ho le mani che mi tremano e lo chiedo a lui. La scena è da fotogrammi a rallenty… un gesto armonico, lento e sospeso di una sensualità imbarazzante. Ne rimango impressionata e divertita. Questo ragazzo mi sconvolge in piccole pillole, lo fa! Così quando gli riconsegno l’oggetto sono quasi costretta a sfiorargli le mani, le mani più brutte che abbia mai visto. Dopo poco si allontana ma prima di farlo si lancia in un gesto bislacco tutto per me: si punta due dita agli occhi e poi le punta su di me “ti tengo d’occhio!” wow! Cosa? Non si era mai esposto così tanto, la gelosia fa i miracoli. Wow!
Ci tiene a sottolineare che vorrebbe non essere ignorato, ma io non ce la faccio a fare qualcosa che è nei desideri degli altri soprattutto se imposto, lo saluto a voce, evito trattamenti personalizzati. Si scatena un intoppo diplomatico: causa un collega che non mi suscita troppa simpatia e che gli è sempre attaccato alle braghe. Questo essere mi fa domande indelicate e arroganti alle quali io do risposte evasive o false, mi scatena il nervoso, in altra sede gli avrei già intimato di starmi alla larga, ma qui siamo a lavoro e devo sopportare. Mi si scatena un nervosismo represso e sono intrattabile, cupa e chiusa. Ne paga le conseguenze lui che è lì vicino a me ma non osa sfiorarmi neanche con una parola. Alla fine stanco e stranito va via e io mi immergo in una vasca di rimpianti. Arriva a farmi visita un vecchio amico, sono con lui a scegliere un prodotto che non mi compete. Il destino mi mette davanti una situazione imbarazzante e di tensione pura dove gli occhi di Alto Più Che Mai mi si fiondano contro mentre finge di lavorare, è lì che cerca di capire chi è questo che mi sta un po’ troppo vicino. Capisco, comprendo e cerco di fornirgli un gesto carino di amicizia e riavvicinamento. Lo raggiungo, è ancora intento a fare quel che stava facendo in maniera disattenta, gli dico: “Alto io vado e ti saluto” lui sorride perché intuisce lo sforzo poi si china e io ho un senso di tenerezza per qualcuno, come lui, che ha tentato tanto con me è si è ritrovato malmenato da un cavallo impazzito, come la sottoscritta; così mi lancio in un gesto dolce e di contatto fisico, gli accarezzo la schiena con entrambe le mani e poi vado via. Ha di nuovo sorriso e riso sommessamente di quel gesto gentile e non da me.
Anche gli altri giorni risulto intrattabile sempre per lo stesso motivo su citato. C’è il derby e rimango sola, il nulla attorno a me, niente clienti, niente colleghi, solo l’eco della radiocronaca. Finalmente soli e quasi vicini, inizia un breve scambio di battute:
#quanto stanno?
##0 a 0
###PAUSA###
#quando finisce sta…cosa!
##alle 8
###PAUSA###
##ma ti sto un poco antiparico, vero?
#(annuendo) Si! Senza “poco”
##Che Stronza (sorridendo a testa bassa)
###RIDONO###
Ci avviamo al banco e lì ci troviamo con tutti gli altri. È arrivato il momento di andar via per me, saluto tutti con un generico ciao e mando al cesso tutti i progressi fatti fino ad un attimo prima. Lui mi lancia un’occhiata sconsolata e non dice nulla neanche un ciao dimesso e in coro con gli altri.
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Varco la porta con l’amaro nel cuore poi entro in macchina e inizio a piangere come una bimba. Lacrime a pioggia e la consapevolezza di avere me stessa contro. Una palla attaccata alla caviglia che mi tira giù ogni volta che qualcuno mi tira su. Lullabyyy non fidarti di lui e bello e di strapperà il cuore. Paura anche solo di avvicinarmi a qualcuno, sto diventando patologica. Lullabyyy lui può avere chi vuole tu saresti il suo giochino e poi quando si scoccerà ti butterà via. Si può avere terrore così dell’ignoto? Non è possibile! Devo fermarmi! Adesso! Al più presto!

Sono qui anch’io. Con tanta paura nel cuore che batte forte
Lullabyyy84-IO³

Bello + Alto che mai

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A lavoro ci sono cambiamenti, finalmente! Sono in un posto nuovo, gente nuova, cose nuove, tutto nuovo per la mia grande gioia. In un mese sono quasi completamente ambienta e a mio agio… oddio, dipende da cosa vogliamo intendere per agio.
Non è per me esperienza certo nuova lavorare con un gruppo di soli uomini, ma ogni volta mi ci vuole un po’ di tempo per capire le dinamiche e decidere dove collocarmi.
Ho un capo: cattivo, crudele, un po’ burino, cupo, volgare, arrogante E MI PIACE! Non so perché, ma vederlo maltrattare i dipendenti mi eccita, vederlo fare il padre padrone poi…e quell’aria misteriosa che non capisci quel che pensa. È un leader eppure ha gli occhi bassi quando parla con me.
Ho dei colleghi dal linguaggio colorito, dagli occhi puntati su corpi di estranee, dal complimento greve e dalle avance facili. Ma sono divertenti, simpatici e veri. Che mi importa se parlano delle mie natiche o del mio seno inesistente. Cosa assai più interessante è che dicono quello che pensono, pensano rosso dicono rosso, se nero, nero. Sono un po’ daltonici e quindi sono incapaci di percepire le sfumature…ma vabbè me li tengo così come sono.
Ho un principe azzurro non lontano da me, un mio collega e uno della mia stessa barca. È bello, è alto, è calmo, rassicurante, mi difende e mi protegge, mi aiuta e mi consiglia. È un tesoro, adorabile, uno di quelli di cui diresti beato chi se lo sposa, e poi diresti anche “e che cazzo ciò una sfiga”. Avrà sicuramente una ragazza perfetta, una bionda ma non stupida, graziosa, gentile e figa ma discreta. Maledizione che tortura. La mia magra consolazione è sapere che lui è lì anche per difendermi e mi faccio forte di questo. È magnifico.
Ho, infine, un fastidioso insetto stecco, una cicogna. Un essere dispettoso e molesto con me a lavoro. L’ho incontrato il primo giorno, nel pomeriggio, che si aggirava con fare sicuro e non passando certo inosservato sia per la sua altezza, sia per la sua bellezza. Un lampione curato nell’aspetto con dei buffi guanti da lavoro che servono per non rovinargli le mani col cartone o con la polvere. Ho avuto subito la solita impressione: è un piacione con l’hobby delle femmine, è troppo bello, lo voglio lontano da me. Mi mettono in soggezzione quelli della sua categoria, devono stare con le bionde spilungone modelle, lontani da quelle come me che non spiccano certo per la bellezza ma per il forte carattere e una parvenza di intelletto. Eppure per l’ennesima, volta, dopo Emmanuel la scorsa estate, questo elemento di catagoria diversa decide che il mio carattere e il mio fare bizzarro sono di suo gradimento e lo attraggono. Io gli sto ben lontana, mi imbarazza la sua bellezza, qualsiasi cosa dica o faccia io cambio colore in volto, la mia timidezza repressa e sotterrata riemerge come un vulcano e mi trasforma il viso in lava viva. Odio sentirmi così e soprattutto non poterne avere il controllo, ma mi lascio andare; se il mio più grande problema è che la gente non capisce quello che penso e sento almeno il mio colore della pelle potrà tranquillamente parlare per me. Le nostre uniche interazioni riguardano il lavoro e appena posso mi dileguo senza dire niente, voglio che i rapporti restino freddi, non voglio che si prendano neanche un pezzo di me se questo mi porterà, come nel vecchio lavoro, ad avere problemi in futuro, freintendimenti e delusioni. Mi rivolgo a lui con richiesta: “Posso farti una domanda da 1 milione di dollari?” portando con me il cliente e la sua domanda assurda. Lui mi aiuta per quel che può, ne sa poco più di me, terminata la cosa me la svigno subito ma lui mi ferma e mi fa: “e il milione di dollari?” Senza accorgermi viene fuori con prepotenza la solita me, che gli sottolinea il fatto che concretamente non è riuscito a rispondere alla domanda ma ha solo mandato il cliente allo sbando in una terra di mezzo non meglio identificata. Lui è molto sorpreso della reazione e soppia in una microrisata per la serie “ah però (che stronza)” mi sorride e a quel punto sento che sto per mutare colore quindi vado via con un’uscita di scena repentima ma d’effetto. È l’inizio della fine, lo sento sempre più attratto da me e dalla mia apparente indisponenza. Inizia a salutarmi in modi fantasiosi, prima al bar dove per nascondere la mia faccia paonazza, dopo un saluto e un sorriso, riaffondo la testa nei libri senza curarmi di lui. Visto che è evidente che non voglio salutarlo inizia a salutarmi con voce squillante e ironica. Me lo ritrovo qualche giorno dopo a domandarmi: “Ma perché parli con tutti tranne che con me?” Suona come una provocazione sottile, ma riesco ad intravedere le armi che ha messo su per la battaglia contro il mio muro. Me la cavo bene, non siamo soli e rispondo in maniera diplomatica, acquistando stima e rispetto dei suoi colleghi e guadagnando il suo silenzio.
Un evento ci avvicina più di altri: un cliente dalle richieste multiple e complicate, una vendita mo’ di parto conclusosi con 8 ore di travaglio e pratiche complesse. Do a lui tutte le indicazioni e poi me lo ritrovo a fare un errore dietro l’altro. Sono con lui a sistemare e viene fuori una bizzarra situazione dove lui resta quasi fermo e immobile e io sono costretta a dimenarmi facendo attenzione a non toccarlo per non creare un precedente. È quasi fisso e mi fissa mentre io gli dico: “ma come è possibile che non capisci quello che dico”, “forse sei tu che non ti sai esprimere” mi risponde. Consegna del prodotto e salutando il cliente questo si intrattiene ringraziandomi e ribadendo i complimenti che anche in precedenza mi aveva fatto davanti al capo. Il lampione barbuto rimane spiazzato e fa dell’ironia, io sdrammatizzo e fingo un colpo sul suo ventre e lui d’improvviso apre un braccio e mi porta a sè, al suo finco. Un abbraccio che rompe un altro pezzo di muro e il ghiaccio. Il cliente va via e io e lui rimaniamo all’imbocco del corridoio come due padroni di casa sull’uscio salutano chi sta andando via dopo una visita.
Non si ferma: durante una conversazione con un suo collega decide bene di coinvolgermi e finiamo per battibeccare per i suoi errori: “ti avevo specificato 2 prodotti 2 clienti 2 bollettine ma stesso codice”, “se manca il prezzo è colpa tua, sei tu che presiedi l’area”, “iooo! Le variazioni prezzo arrivano a voi tramite comunicato che ci vuole a stampare tutto?”, “Ma lo sai come mi ha chiamato: handicappato”, “ma quando l’ho fatto non volevo offendere la categoria, infatti ormai si chiamano -diversamente abili- ma tu no, tu resti nella categoria handicappato!” “Ah è così, vediamo di far rapporto a qualcuno… questo perché è così, qui è sporco (mentre passa al setaccio la mia postazione) “, “tu hai la targhettina ma non il nome, sospetto che al direttore non piacerà la cosa”…. ritmo serrato, una guerra vera, verbale e molto sexy, almeno a livello intellettivo. Cavolo penso abbia capito come giocare e si è calato nella parte e agisce, io crollo come non faccio mai, la battaglia l’ha vinta lui, anche se non lo saprà mai, mi ha spiazzato. Mi avvicino a lui con fare pacato dopo un lungo silenzio e gli dico: “Ma te la sei presa davvero?”, lui mi fissa e dopo avermi ascoltato bene mi sorride e ride e mi fa “ma no, ma stai scherzando”. è bello quando ride, perché è vero. Mi piace che giochi alle mie regole, è come se si mettesse alla prova e non so bene se solo per curiosità, sfida o altro. Mi lancio nell’ultima confidenza, gli racconto una carognata che mi ha fatto il secondo giorno di lavoro, “ed ho pensato -eccallà proprio lo stronzo mi doveva capitare”, “ecco perché ero l’unico a cui non rivolgevi la parola” e ride… Sono poche le occasioni che passiamo insieme e a prescindere dalle mie paranoie le sue risate mi spiazzano, diventa interessante… ma ho paura. Sono in grado di gestire ogni tipo di situazione ma ho sempre paura di rovinare il clima del lavoro, sono appena arrivata…
Sono lì che parlo con un cliente e ormai non sono più in grado di non distrarmi se nelle vicinanze ce lui. Mi ritrovo approggiata al tavolo a conversare con un cliente e poco dopo sento la sua presenza dietro di me, me lo ritrovo spalle a spalle, talmente vicini da toccarci, tutto è molto strano, ma anche molto bello, bello come lui e quel sorriso e quelle risate fresche che mi animano il cuore.

Sono qui anch’io. Rapita.
Lullabyyy84-IO³

Bello + Blue Jeans

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IMG00264E sulla mia strada incontro un certo Jeans, Blue Jeans. Un tipo alto, moro, gentile. Le sue origini gli danno un suono rassicurante e una cadenza dolce, uno che parla così non potrà fare del male a nessuno, immagino. E uno dei pochi matti sulla faccia della terra che ha capito il gioco e ha deciso di provarci. Mi fissa intensamente e penso che si sia preso una cotta per me. Ha delle buffe reazioni quando dico la parola “ragazzo”. Mi manda sms di buona notte. Ho tutti i segnali e penso; “questo mi si accolla, già lo so”. Invece non va tutto come immaginavo, per la regola l’apparenza inganna mi imbatto in un bizzarro essere umano, tutto diverso da quello che credo. Passo da un “non mi piace”, a un “ah vabbè allora si può fare…” in finale un “è perfetto”. E già, chi l’avrebbe mai detto, non ho sempre ragione e posso sbagliare anche io. Blue Jeans ha qualche anno in meno di me, è alto, moro, ha dei lineamenti del viso bizzarri e una voglia sul mento. E’ un ragazzo carino, sia fisicamente che nei modi. Lo vedo come un povero sfigato se non che qualcosa cambia. In 4 giorni prova in tutti i modi a farsi avanti, il ragazzo ha classe e riesce anche a non disturbarmi, ha un fare discreto, gesti gentili ma nascosti. Ci sa fare. Finalmente il quarto giorno usciamo tutti a cena, è un occasione per scoprire qualcosa in più su di lui, per ridere e scherzare pesantemente. Un pezzo di confidenza, il più lo prendiamo durante il post cena e il passaggio a casa, conclusosi con un cinematografico sguardo di lui fisso su di me, un silenzio di qualche secondo e un deciso bacio sulle guance con annessa buona notte. Una volta arrivata a casa lascio la borsa e prendo il telefono con la convinzione che mi sarebbe arrivato un sms, è così! Mi vanto della mia bravura da indovina e lancio il telefono senza rispondere sbuffando all’idea di aver appena firmato la mia condanna a morte con un ragazzo romantico in cerca di attenzioni. Dopo una mezz’ora mi sento in colpa e non riesco a dormire, così prendo il telefono e rispondo in maniera divertente al messaggio, sono pronta a chiudere gli occhi e la mia coscienza è pulita. L’indomani altri messaggi e più si avvicina l’orario del nostro incontro e più io sono sicura di andare incontro al bacio, il suo bacio. Non mi sbaglio neanche stavolta, succede che mi prende un dito, mi accarezza l’anello, mi prende il mento e mi bacia. Mentre succede io penso ad una cosa sola: a quanto sono poca adatta a queste cose, “non me dice nniente”, non bacia male, ma io non vibro, mi diletto in un attività fisica non l’unica funzione di lavorare sui muscoli facciali e basta. Non fa per me e per tutto il resto del tempo penso a come affrontare il rivedersi a fine serata. Che palle! Odio queste cose. Non c’è un altro momento per rimanere soli e quindi ho la scusa giusta per andar via senza dover affrontare l’argomento. Sms arriva puntuale durante la mia fuga, ho la stessa reazione del giorno prima: sbuffo, non voglio rispondere, poi dopo un’ora i sensi di colpa mi attanagliano e rispondo con un mi dispiace e bla bla bla. Lui non risponde altro, silenzio per tutta la serata. Immaginandolo buono e sensibile penso se la sia presa. Mi avvio al nostro solito appuntamento, il giorno seguente, casuale e quotidiano, con l’idea di trovarmi cavia di un pippotto e invece pare tutto tranquillo con mia grande sorpresa. E ci rimbattiamo nel solito bacio rubato nell’ombra del nostro nascondiglio, una serata che questa volta non si ferma lì e continua ad una festa. Gente con cui chiacchierare, ridere scherzare, siamo tanti e io cerco un nascondiglio per noi due, mi alzo per andare in balcone a fumare. Lui mi segue nonostante non avessi detto nulla, per rimanere soli e non perdere tempo viene al freddo di una serata di aprile in mezze maniche. Subito dietro di lui altre 2 persone, addio privacy, addio baci, addio carezze. Rimaniamo lì bloccati per almeno mezz’ora, occasione mancata in pieno per uno scherzo befferdo del destino. Rientriamo ed è sempre attaccato a me, come ha sempre fatto e come non avevo quasi mai notato, mi tiene stretta a lui come se sulle sue cosce ci fosse della colla che mi assorbe e ci tiene attaccati. Lasciamo la festa e ci dirigiamo in un locale, è già l’una ma non è ancora troppo tardi. Musica e gente che balla, gente che passa, mucchi di passanti e siamo tutti appiccicati in attesa di capire cosa ci va di fare: bere, ballare, andar via. Con la scusa del poco spazio siamo uno vicino all’altro, le nostre mani si incontrano in segreto e si lanciano in conversazioni amichevoli. Sempre più gente lì dove siamo noi, siamo praticamente pressati, uno sull’altro, troppo vicini per rimanere indifferenti, fermi e senza far nulla. Decido di usare la solita scusa: sigaretta. Lui è dietro di me, usciamo dal locale e un piccolo imbarazzo ci porta lontani dall’ingresso. Siamo in mezzo ad una strada, ed inizio a capirlo meglio. È un ragazzo calmo ma irruento, senza pudori ne freni. Non si fa mettere k.o. dai miei no e in modi fantasiosi ci riprova ogni volta senza infastidirmi. È caparbio, testardo, arrogante e porco! Mi piace un po’ di più adesso. Stop! Può bastare per ora, ma io non ho ancora fumato effettivamente. Mi preparo la sigaretta e lui è muto davanti a me, non parla, non abbiamo niente da dire… è strano ma mica tanto. Gli dico che se vuole scendere non è un problema per me restare sola a fumare, lui si assicura che così sia realmente e con un “effetivamente io non fumo” scende le scale senza molti problemi. Io resto lì fuori, sola, in mezzo a gente che non conosco con una sigaretta fumante in bocca, con l’odore di sesso addosso col retrogusto di zoccola. Sono sola e libera, circondata dal nulla, no pensieri, no paranoie, no, non cerco amore. Non voglio essere amata, tanto meno da uno sconosciuto, non voglio essere al centro di un fittizio mondo di qualcuno che inganna la mia testa vuota per portare a letto con sè il mio corpo. Non ne ho bisogno. Avevo bisogno di vibrare anche senza un motivo importante e l’ho fatto, ho preso ciò che il mio corpo mi ha dato sotto forma di sensazione e ringrazio del gustoso pasto. Torno anch’ io giù a far nulla, perché tanto sto bene, ma poi vengo spinta in pista e sono lì che mi diverto serena, come una hippy sotto effetto della mariuana, gioiosa come solo danzare mi rende, libera… si sono proprio un hippy!
L’indomani è l’ultima, l’ultima occasione, volta, la fine insomma. Una serata strana, tanti incontri, una cena in un buco di fraschetta a sorseggiare vino e strane birre. Chiacchiere tante e con mio stupore le nostre mani si legano ancora ma in un modo diverso, più fermo e sicuro, più dolce ma sempre nascosto a tutti. Carezze celate dall’austerità di noi due rocce sulle quali se ti fermi a fissarci puoi vedere due facce che sorridono. Si legano i piedi e le gambe si incatenano, come a dire fermati qui finché puoi. Cambiamo posto e sotto un tavolo a strisce di legno qualcuno si accorge di qualcosa, sembriamo due fidanzati, ma che non si conoscono. Non mi trattengo dal dire quello che penso e mi ritrovo gli occhi spalancati di lui, sbigottito da quella che sono. Non conosciamo molto l’uno dell’altro ma c’è qualcosa che ci intriga, ma non osiamo alzare il velo per scoprire ciò che c’è sotto, siamo dei fottuti individualisti che si sono casualmente scontrati per strada, non c’è fututo. Vedo qualcosa di me al maschile in lui, nel bene e nel male. Scopro una persona fiera e tronfia di se, ma con discrezione. Passeggiamo per troppo tempo lontani ed ad un certo punto mi sento tirare per la giacca e mi ritrovo sotto le sue braccia mentre mi avvolge e mi afferra il sedere da una tasca del jeans, Mister Blue Jeans, si. Risaliamo in macchina e mi succede qualcosa di strano: riusciamo a tenerci per mano anche mentre io guido, riusciamo a baciarci perché gli altri dietro già dormono, ma più ci avviciniamo all’arrivo e più mi trovo ad afferrargli con forza la mano, siamo ad un isolato e con quelle strette quasi gli stritolo le dita. Saluto tutti e lui riesce a trattenersi giusto 2 secondi di più per l’ultimo bacio per dirsi addio. Ho la certa percezione che quella sarà l’ultima volta che avremo un contatto…e così è. Nessun messaggio quotidiano, nessuna telefonata ma solo il pensiero piacevole di aver incontrato uno che a suo modo a buttato a terra un altro pezzo di muro della intoccabile Lullabyyy. È perfetto così, giusto così, vero così… Mi ritrovo a pensare solo a quelle mani incatenate una all’altra senza che l’una chiedesse troppo all’altra, discrete e nascoste. Le relazioni occasionali dovrebbero essere tutte così… senza pretese. Godersi quel che di bello c’è e se son rose fuoriranno, il destino è il giudice della mia vita, mi fido più del caso che delle persone e delle loro teste e cuori malati.
Addio Blue Jeans.
Eri perfetto…per quel che eri 🙂

Sono qui anch’io.In jeans
Lullabyyy84-IO³