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Storia di una tragedia all’italiana

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Come odiare Roma in un solo giorno d’inferno.

Qualcosa di indicibile. Prevista neve per il fine settimana. Tutti si aspettano la solita stupida nevicata romana.

Ore 11:00: metto il naso fuori dalla finestra di casa. Piove. Vabbè mi metto in macchina comunque e vado a lavoro, Le catene? Sono in cantina e i simpatici operai hanno piazzato una montagna di materiale davanti alla porta d’accesso. Vabbè catene mie state belle là. Addio. Parto. C’è neve a Roma nord ma si cammina ancora bene. 90 km/h e tutto fila liscio. A Roma est non c”è neanche un fiocco di neve e penso di aver fatto bene ad andare a lavoro e per una volta non aver permesso alla mia pigrizia di avere la meglio. Ho un lavoro da precaria, con un contratto bislacco, niente tredicesima, ferie o malattia, se non mi presento un giorno a lavoro a 40 gg. dall’ultimo del mese non mi ritrovo il mio stipendiuccio giornaliero. Alla radio va un discorso del presidente del consiglio che mi dice che devo scordarmi il posto fisso e che il futuro è cambiare…Vorrei inchiodare con la macchina e urlare: “Garantiscimi carriera, richiesta concreta di lavoro a tutti i livelli, una specializzazione, una crescita costante, sviluppo, diritti. Voglio vedere questo e poi potrò fidarmi di te!” Il mio lavoro da precaria non mi da neanche sopravvivenza oggi come potrebbe darmi “futuro”. Vado a lavoro anche perché nonostante tutto prendo sul serio il mio compito e aiuto me e il mio paese. Porcaputtana!

Attacco in ritardo ma meglio di nulla. Inizia a nevicare anche lì, ma la neve non ce la fa a posarsi, sono le 12:30 quando riesco a mettere la testa fuori dal mio bunker. La situazione peggiora velocemente però. Chi deve attaccare di secondo turno non arriva, chiama per avvisare dei disagi causati dal traffico ed è costretto a tornare indietro. Mi sento fortunata ad essere arrivata sana e salva e senza disagi al calduccio. Vado in pausa e si vocifera che si chiuderà prima del solito. Il direttore corre avanti e dietro.

Alle 16:30 ci viene comunicato che si chiude alle 17. Il mio stato d’animo inizia ad inclinarsi, mi faccio prendere dall’ansia. Non si capisce la situazione, devo affrontare 40 km di strada sotto la neve. Internet dice poco o non spiega tutto al meglio. Mi dico che se la situazione è grave mi appoggio a casa di un mio collega lì vicino. Mi avvio, la strada sembra agevole, c’è la neve ma si cammina, ringrazio il mio collega e provo ad avviarmi verso il G.r.a. Sono meravigliata, si cammina, a basse velocità ma la strada è agevole. Passo l’uscita numero 11 e inizia il traffico, vabè era immaginabile, un po’ di pazienza, anche se dovessi impiegare 1h per raggiungere casa sarebbe anche comprensibile. Accendo la radio per far passare il tempo.

Arrivo all’imbocco della complanare dell’uscita 10, 9  e 8, sono le ore 18, ho il dubbio se prenderla, il traffico sembra più agevole. Ci rinuncio fiduciosa, ma le attesse in completa immobilità iniziano ad essere talmente tanto lunghe da farmi pensare di spegnere il motore. La benzina inizia a scendere visibilmente, spengo la macchina per sicurezza. Le soste iniziano a durare prima 10 minuti, poi 20, nel frattempo chiamate da chiunque per aggiornarmi sulla condizione del traffico e meteo. Non ci sono molte informazioni e se ci sono sono contraddittorie. Pare che il traffico sia scorrevole una volta passato questo tratto quindi mi armo di pazienza e resisto.

Sono le 20 passate e già per radio ho sentito almeno 3 programmi diversi susseguirsi, sintomatico del tempo che scorre e io sono ancora qui. Mi scappa la pipì, la neve aumenta e il ghiaccio e visibilissimo. Non sono più libere neanche le corsie di emergenza. Vedo sul lato gente che si ferma per montare le catene, tir in panne e superiamo un punto con le camionette della protezione civile. Pare che l’ingorgo fosse causato da questo. Fiduciosa affronto la strada con l’idea di essere salva, la situazione invece si riblocca per l’ennesima volta, le macchine sono quasi tutte spente e la gente è per strada a confrontarsi e confortarsi. Accanto a me 2 file di macchina a sinistra e due a destra. Sono in preda ad attacchi di isteria, spengo la radio e inizio a parlare da sola, come a farmi forza. Fingo tranquillità al telefono ma la situazione inizia a sfuggirmi di mano: la bocca mi si asciuga, ho la testa leggera, tremo e inizio letteralmente ad urlare, sto perdendo il controllo del mio corpo. Mi avvicino alla corsia più vicina al guard rail e mi accorgo di essere vicina ad un ospedale. Con l’aiuto telefonico di mia madre (su un telefono) e mio fratello (dall’altro) mi guidano verso l’uscita più vicina ad un rifugio, un albergo, qualsiasi posto comodo per la notte gelida che mi aspetta. Parcheggio appena fuori dal raccordo, c’è già una catena di macchine parcheggiate sulla rampa discendente del raccordo. La parcheggio di corsa e scendo per far pipì, così en plein air, stavo morendo nel letterale senso della parola. Mi ritorna il sorriso, la tranquillità. Mi siedo con calma, controllo lo stradario e predispongo un piano. L’albergo più vicino è a 7 km ma dovrei farmeli a piedi, la macchina pattina sul ghiaccio è troppo pericoloso. Chiamo ma non mi ci vogliono, non gliene frega un cazzo che c’è un delirio qui e non sappiamo che fine facciamo. Ma con tutta la pazienza di questo mondo mi avvio verso il pronto soccorso dell’ospedale. Cammino lontana dalla strada, ho paura del ghiaccio e delle macchine che potrebbero perdere il controllo. Pochi metri e sono al caldo, sorrido come una bimba. C’è caldo qui, un bagno con acqua calda, cibo e bevande calde nelle macchinette. Mi sento in paradiso. Mi prendo un ora per tranquillizzarmi dopo quella critica crisi di panico di qualche minuto prima. Sono calma tranquilla e inizio a convivere con l’idea di poter passare la notte qui. Mi sento fortunata ad aver delle cose da fare, mi sistemo e inizio a lavorare alle mie carte, il cervello impegnato mi dona serenità. Fuori inizia una bufera, siamo intrappolati, le ambulanze non riescono a muoversi, il raccordo è ancora bloccato, il tg dice che ci sono tantissime persone bloccate in macchina e passeranno lì la notte. Una cioccolata calda mi scalda, dell’acqua fresca sul viso mi distende, un piccolo spuntino mi calma lo stomaco che non ha più forza di lamentarsi. Mi aggrego ad altri bloccati, siamo 6, chiacchieriamo e ci confortiamo a vicenda. Io provo costantemente, con l’ausilio di mia madre, di farmi venire a prendere da un taxi, convinti che la situazione in centro non sia certo come la nostra. Nulla da fare. Passo la notte e riesco a dormire 2 ore in una posizione improbabile.

E’ mattina, faccio colazione con un caffè e ancora non so come riuscirò a raggiungere casa. Passo un ora di riflessione prima della prima telefonata della mattina. Riproviamo con i taxi prima che la situazione riprecipiti, il cell si sta anche scaricando. Mentre penso a come e dove caricare il telefono mi imbatto in un incontro fortunato. Due ragazzi mi passano davanti  e si fermano per chiedermi: “ma sei qui in attesa al pronto soccorso o sei rimasta bloccata con la macchina a causa della neve?” Sono la mia salvezza, mi informano che c’è una lista di persone che l’ospedale invia alla protezione civile per ricevere soccorso e un mezzo per ritornare a casa. Mi accompagnano a registrarmi, mi fanno posto nella stanza dove hanno passato la notte, mi offrono del te e chiacchiere per non pensare. Non riesco a caricare il cell. nonostante ho pc e cavo per caricare. Faccio una chiamata  a casa per informare delle modifiche. Sono le 11 e mezza e non sento mia madre dalle 8 stamattina.

Pare che la protezione civile o l’esercito non arriverà molto presto, siamo tutti un po’ stanchi e vogliamo tornare a casa. Chiedere a qualcuno di venirci a prendere è troppo pericoloso, solo le ambulanza riescono a spostarsi per Roma. Idea! I ragazzi pensano di prendere in affitto un’ambulanza di un servizio privato, visto che siamo tutti della stessa zona possiamo andare insieme e dividerci la somma. 50 euro per tornare a casa? Subito. Appuntamento per le 13.30, abbiamo il tempo di organizzarci, mangiare in mensa e partire.

Sono quasi le 2 del pomeriggio, imbocchiamo la strada che ieri senza fortuna non siamo riusci a percorrere. C’è tanta neve, il raccordo è bianco, ci sono macchine abbandonate ovunque, la strada non è proprio pulitissima. Sulle rampe di uscita macchine parcheggiate in modo assurdo, sommerse di neve, chi ha lasciato la macchina lì non so dove si sia mai potuto accampare, è una zona esageratamente isolata. Un delirio. Arrivo a casa e non mi par vero, le strade sono ancora sporche, non è passato nessun mezzo spalaneve, sembra opera di pale a mano o del passaggio ripetuto delle macchine. Saluto i miei compagni di sventura e mi avvio verso il portone. Giusto il tempo di avvisare la famiglia e mi concedo una doccia calda. Chiudo gli occhi e mi pare di vedere la neve scendere, apro la finestra e c’è neve ovunque, non voglio vederla, mi da la nausea. Non prenderò la macchina fino a quando non sarà tutto sciolto. Mi sento sopravvissuta ad un disastro, un catastrofe non troppo seria, creatosi per la cattiva organizzazione magari, come tante qui in Italia. Credo che istituirrò un nuovo genere drammatico: “la tragedia Italiana” un misto di assurdo, commedia dell’arte, confusioni alla maniera latina e quel riso amaro del genere napoletano del secondo dopoguerra.

Non credovo poterlo mai dire: “Ti Odio Roma” quando mi fai sentire come una formica in un mare di formiche impazzite.
Torno a casa con la voglia di fare una marea di cose che non ho fatto ancora nella vita, come uno scampato a qualche fatalità.
Non voglio certo giocare con la neve, non voglio uscire di nuovo e tanto meno guidare fino a quando non si sarà sciolto l’ultimo fiocco.

Sono qui anch’io. Sopravvissuta.
lullabyyy84-IO³

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Libertà è un’autostrada vuota

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Persa a centocelle
questo stupido navigatore mi consiglia di andare a prendere il raccordo
fanculo, alla fine tra la mia idea e quella di una macchina seguo l'ultima

42 Km di strada: immensa, deserta, buia
spalanco i finestrini perché sono le 3 di notte
non voglio avere un colpo di sonno

sono ormai giorni che scampo ad incidenti per strada
il caldo dà in testa alla gente e rincretinisce tutti
ho paura di morire

quell'aria fredda mi congela l'epidermide
mi scompiglia i capelli
raffredda la mia rabbia

sola con i miei pensieri e le mie lacrime
a 110 Km/h, né troppo né poco
il giusto come sempre so fare

nessuna musica, solo il rumore delle auto
se la libertà avesse un suono sarebbe sicuramente il silenzio
e inizio a cantare per liberarmi di tutto

versi, urla, grida,
parla il mio istinto
se qualcuno potesse ascoltare mi darebbe della pazza

parolacce, quante parolacce, dette col cuore
vere fino al midollo
rubinetti aperti senza resistenza

mi scappa una bestemmia
mi porto la mano alla bocca e me ne vergogno
e mi ricordano del mio timor di Dio e della mia fede

casa è vicina
lascio il g.r.a. per entrare in borgata
è finita la pacchia

poso la testa sul cuscino
sono le 4 del mattino
e canticchio ancora le note della mia libertà

Sono qui anch'io. Insolitamente senza freni.
Lullabyyy-I0³

LA donna SENZA amici

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C'era una volta una piccola donna grassoccia che si trasferì a Roma con tanti sogni,

voglia di ricominciare, lontano da un mondo, quello dove è nata, troppo piccolo,

dalla mentalità troppo bigotta. Ha voglia di aria inquinata la nostra eroina,

aria non fresca, ma respirata e rirespirata da milioni di persone, usata e strausata,

ma densa di esperienza, diversità in perfetta convivenza.

La piccola donna iniziò a camminare per queste strade grandi grandi,

si sentita più piccola di quella che era e per farsi coraggio mentre sfilava sola

si lanciava in conversazione con i suoi vecchi amici tramite una connessione vocale gsm.

Loro le davano forza e così passò le ore più difficili delle sue giornate.

Aveva difficoltà anche a fare nuove amicizie nella seconda università più grande del mondo,

le moltitudini devastano, in mezzo a miliardi di persone ti senti sempre più solo.

I giorni passarono e questa piccola abitudine si trasformò in un appuntamento fisso.

"Ciao, mi chiamo Petty e tu?" le domandò una nuova ragazza incontrata per strada,

ma la nostra grassoccia amica era troppo presa dalla conversazione al cellulare per sentire Petty,

così perse la sua prima occasione di fare amicizia e di costruire una nuova vita sociale.

Nel frattempo dimagriva, grazie ad una bizzarra dieta: "frigo vuoto, ventre piatto e pigrizia vince".

Un giorno la sua vicina di casa le offri un cafè, ma lei dovette rifiutare perché era al telefono

e una sua cara amica del paese aveva bisogno del suo conforto telefonico.

Partiva spesso per tornare lì dove era nata, si riprometteva di starci solo 2 giorni,

i giorni si trasformavano in settimane ma almeno non trascorreva le ore al telefono.

Passarono gli anni, per la precisione tre, ma la situazione non cambiò di molto:

Amici trovati: 3

Gente incontrata: n.c.

Amici potenziali persi per non assidua e attenta frequentazione: decine e decine

Missione andare via di casa e VIVERE a Roma: MISSIONE FALLITA.

Pur sapendo di non essere in grado di sopravvivere in questa metropoli

decise di mantere in piedi questa illusione, per scappere quando era necessario

e per potersi vantare di essere indipendente e autosufficiente a spese di altri però.

A fuggire siamo bravi tutti…ma il nuovo ci fa talmente tanta paura da pietrificarci.
C'è chi si lancia e chi aspetta, l'unico modo per capire se ce la si è fatta è
capire se si è felici dove si è.

Vedere davanti agli occhi una nuova vita, con diversa casa, diversi amici, diverse bollette, diverso lavoro
—DIVERSA META—DIVERSA TESTA—DIVERSA TE—

 

Sono qui anch'io. Diversa.
Lullabyyy-I0³

27 marzo giornata mondiale del Teatro

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Il 27 marzo è la giornata mondiale del Teatro:

operiamo insieme per la sua dignità e il suo sviluppo.

 
SOSTENIAMO LE IMPRESE CHE

PRODUCONO CULTURA!

 
IO VADO A TEATRO

 
IL TEATRO: IL PALCO, LE POLTRONE, GLI ATTORI, LE LUCI, I COSTUMI, LE SCENE.
MA COSA C'È DIETRO LE QUINTE?
 
4.000 aziende che lavorano nel settore
 

250.000 occupati
attori, tecnici luci, fonici, macchinisti, registi, organizzatori, scenografi, costumisti,

 amministratori di compagnia, cassiere, mascherine di sala
 
600 milioni di euro di oneri sociali versati dalle imprese
 

nel 2009, 138.000 repliche in 1.200 teatri
 
4,7 miliardi di euro annui di volume di affari che contribuiscono al PIL Nazionale
 
 
Un settore con un forte peso nell'economia del Paese:

un importante volano di sviluppo economico che si traduce in

cultura, coesione sociale, crescita civile,

storia e tradizione, eccellenze artistiche e tecniche.
 
 
 NONOSTANTE TUTTO
 
Le imprese di spettacolo:
 
Non sono riconosciute come Piccole e Medie Imprese (PMI) se non per il fisco.
 
Non beneficiano di ammortizzatori sociali e sostegno al credito.
 
Non godono di una legge quadro che regolamenti il settore.
 
Non hanno direttive chiare e certe per garantire una gestione limpida
dei fondi amministrati da Regioni ed Enti Locali.

 
 
Invecei tagli al FUS ealla risorse per la cultura crescono di anno in anno.
 

Io come Alice

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Arriviamo a Sermoneta e ci accoglie un simpatico gattino bianco a macchie nere e già mi sento come Alice nel paese delle meraviglie…lui è il mio BianConiglio.

La cosa inquietante è che non c’è nessuno in paese…questo si che È UN PAESE PER VECCHI! Nella piazza centrale ci sono 6 bar uno attaccato all’altro. Ci fermiamo a mangiare una piadina e il dilemma è SPECK o LONZA??!!

L’idea di dover vivere in questo posto mi soffoca…bella eh…ma non verrei a viverci qui neanche da vecchia…troppo piccola…che angoscia.

A presto Sermoneta…magari ci si rivede un sabato o una domenica quando la densità di popolazione raggiungi picchi più rilevanti.

TRENO IN PARTENZA

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Ieri sera prendo il treno per tornare a Roma,
il solito
Espresso 956.
Ho la prenotazione per il posto numero "novantazinque della carrossa zinque".
Entro nello scompartimento ma c'è già una ragazza che dorme,
poso la valigia e cerco di disturbarla il meno possibile.
Poi mi avvio in corridoio e mi affaccio al finestrino,
pronta per la solita performance tra me e papà alla partenza del treno.

Rientro nello scompartimento e per caso mi metto a chiacchierare con la su citata ragazza.
Tutta la conversazione parte dalla parola "copione", di lì in poi saranno una serie di coincidenze assurde.

"Vuoi un po' di crema?"

"Guarda che me so portata?"

"Ti va di vedere le foto del viaggio?"
Che tipa, mi ci sono trovata subito bene.
Mi ha praticamente chiesto il numero dopo soli 20 minuti di conversazione.
Una tizia assai spontanea e piacevole.

Siamo arrivati, è mattino.
Dove vai, dove non vai…
"Ti va prima un caffè?" "Ok!"
Andiamo alla etro:
Tu di là |
Io di qua
"E' stato un piacere conoscerti"

"Non sei fredda come dici di essere"


Ciao

RITORNO A CASA

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Qui, appena fuori Bologna, tutto è ricoperto di neve, anzi ora nevica…
Questo manto bianco ci voleva, mi ricorda tutto quello che è successo in questa vacanza.
Ho respirato aria pulita e odore di casa, ho chiarito situazioni, acceso vecchi desideri, ho ritrovato qualcosa di me che credevo di aver perso per strada.
Torno a Roma, ai miei impegni ed alle mie responsabilità.
Non sono carica ma calma e pacata, bianca e pulita, ho spazzato via ansia e preoccupazione finalmente.
Questo viaggio ha alimentato un desiderio che adesso mi avvolge e mi riscalda.
Tanto più le nostre vite sembravano prendere due strade diverse, tanto più il destino sembra presentarci le stesse cose che ci tengono uniti nonostante il tempo.
Felice di come vada la mia vita.

IL MIO REGALO PER TE

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Ecco il mio regalo per te.

Ho anche azzeccato il tuo autore preferito quasi senza saperlo.


Accipicchia però,
hai quasi rischiato di avere un regalo doppione!!!
Meno male che ti è arrivata
la gabbietta per luccellino che ha decisamente cambiato il target dei tuoi doni...