Archivio mensile:maggio 2013

Bello + Alto più che mai 2

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Mi chiedo come catalogare la cosa e già sbaglio. Il ragazzo non molla e cambia a seconda del mio umore e delle mie necessità.
Il caso ha voluto che ci incontrassimo al di fuori del lavoro, ad una festa. Lo incontro quasi per ultimo, lo saluto per ultimo. Il saluto fa storia a sè. A lavoro sono abituata a salutare tutti a voce e a non avvicinarmi a nessuno. Lui non lo sopporta. Ha capito che non mi piace il contatto e trova delle alternative:: quindi urla il mio nome::: Lùllabyyy:: ::Al bar:: ::a lavoro:: ::fuori:: ::ovunque, con quel fare che dice: “Potrai ignorare gli altri ma a me non mi ignori, capito ciccia?!” A volte perde il controllo e mi mette in situazioni imbarazzanti: a lavoro, io con un cliente, lui da lontano, ancora in borghese, si sente risuonare la sua voce con il mio nome che riecheggia tra i corridoi, non mi volto ma inveisco con gesti. Termino la vendita e senza muovermi da dove sono me lo guardo, è così sicuro di sè che gli spaccherei la faccia. “Vieni qui!” dice qualcuno, ma a me suona come un ordine, ero pronta ad avvicinarmi ma quell’imperativo mi impedisce di ubbidire e torno sui miei passi. Lui è lì insieme agli altri e so di essermi persa una splendida occasione di stargli vicino ma mi sono anche allontanata da una fossa di leoni. Mezza vittoria, mezza sconfitta. Non c’è pace. Salutarsi è sempre un’impresa ma anche una sfida dai rituali ripetuti. Mettiamola anche su una questione pratica: sapete quanto è complicato salutare un tizio alto 1 metro e più che mai? Bisogna alzare la testa, mirare in alto, distendere tutti i muscoli e salire in mezzapunta, ci vuole anche l’ausilio delle mani per aggrapparsi per non cadere; ok hai baciato una guancia ora tocca all’altra, una torsione complicata in una posizione innaturale. Lo ammetto non è la cosa più complicata ma io sono molto pigra, mettiamola così. Dopo il suo “Ma perché parli con tutti tranne che con me” ho trovato giusto sottolineare il mio imbarazzo approcciando a lui un saluto a simpatica stretta di mano e baciando affettuosamente tutti i suoi colleghi presenti, tranne lui. Fa certe facce in quei momenti, sono molto comiche e quindi il gioco è ancora più divertente. L’indomani me lo ritrovo, dopo la sua entrata, che mi porge una mano per salutarmi con una stretta classica e formale (per la serie “se vuoi che sia così…così sia!”). Lo guardo ed ha quello sguardo buffo, gli sorrido e lo tiro a me come a rompere una bolla che avevo finto di costruire, due baci da persone normali, e mi sorride, come soddisfatto e felice come un bambino vergognoso. Muto va via e con lui un sorriso e una risatina sommessa e graziosa. Siamo alla festa, lui è l’ultimo da salutare e sa che ho finto di non vederlo in precedenza. Mi porge la mano, come a lavoro, io gli sorrido, accenno un inchino e gli stringo la mano. Lui replica il mio gesto di qualche giorno prima: mi tira a sè e mi afferra per fermarmi, mi bacia una guancia e poi l’altra. Sorrido, stupidamente, credendo che sia un bel gesto. Resto qualche minuto a chiacchierare e poi vado via, da altri amici. Sono seduta e bevo un drink in compagnia, ridiamo e scherziamo di cose passate, c’è molto feeling tra noi vecchi compagni. Lo vedo che da dove è, pochi passi lontano, si dimena durante una conversazione, camuffando come naturali dei gesti che non lo sono: mi cerca con lo sguardo, mi trova e poi ritorna a conversare con gli altri. Mi controlla, controlla dove sono, con chi sono e cosa sto facendo. Sono provata dall’alcool e mi diverto, non mi trattengo e lo chiamo a me per presentargli Emilio con la scusa di una somiglianza o identità speculare tra i due. Effettivamente si assomigliano, stesso approccio col cliente, due ragazzi carini e per entrambi provo un’attrazione stramba. Non trovo l’accendino, ho le mani che mi tremano e lo chiedo a lui. La scena è da fotogrammi a rallenty… un gesto armonico, lento e sospeso di una sensualità imbarazzante. Ne rimango impressionata e divertita. Questo ragazzo mi sconvolge in piccole pillole, lo fa! Così quando gli riconsegno l’oggetto sono quasi costretta a sfiorargli le mani, le mani più brutte che abbia mai visto. Dopo poco si allontana ma prima di farlo si lancia in un gesto bislacco tutto per me: si punta due dita agli occhi e poi le punta su di me “ti tengo d’occhio!” wow! Cosa? Non si era mai esposto così tanto, la gelosia fa i miracoli. Wow!
Ci tiene a sottolineare che vorrebbe non essere ignorato, ma io non ce la faccio a fare qualcosa che è nei desideri degli altri soprattutto se imposto, lo saluto a voce, evito trattamenti personalizzati. Si scatena un intoppo diplomatico: causa un collega che non mi suscita troppa simpatia e che gli è sempre attaccato alle braghe. Questo essere mi fa domande indelicate e arroganti alle quali io do risposte evasive o false, mi scatena il nervoso, in altra sede gli avrei già intimato di starmi alla larga, ma qui siamo a lavoro e devo sopportare. Mi si scatena un nervosismo represso e sono intrattabile, cupa e chiusa. Ne paga le conseguenze lui che è lì vicino a me ma non osa sfiorarmi neanche con una parola. Alla fine stanco e stranito va via e io mi immergo in una vasca di rimpianti. Arriva a farmi visita un vecchio amico, sono con lui a scegliere un prodotto che non mi compete. Il destino mi mette davanti una situazione imbarazzante e di tensione pura dove gli occhi di Alto Più Che Mai mi si fiondano contro mentre finge di lavorare, è lì che cerca di capire chi è questo che mi sta un po’ troppo vicino. Capisco, comprendo e cerco di fornirgli un gesto carino di amicizia e riavvicinamento. Lo raggiungo, è ancora intento a fare quel che stava facendo in maniera disattenta, gli dico: “Alto io vado e ti saluto” lui sorride perché intuisce lo sforzo poi si china e io ho un senso di tenerezza per qualcuno, come lui, che ha tentato tanto con me è si è ritrovato malmenato da un cavallo impazzito, come la sottoscritta; così mi lancio in un gesto dolce e di contatto fisico, gli accarezzo la schiena con entrambe le mani e poi vado via. Ha di nuovo sorriso e riso sommessamente di quel gesto gentile e non da me.
Anche gli altri giorni risulto intrattabile sempre per lo stesso motivo su citato. C’è il derby e rimango sola, il nulla attorno a me, niente clienti, niente colleghi, solo l’eco della radiocronaca. Finalmente soli e quasi vicini, inizia un breve scambio di battute:
#quanto stanno?
##0 a 0
###PAUSA###
#quando finisce sta…cosa!
##alle 8
###PAUSA###
##ma ti sto un poco antiparico, vero?
#(annuendo) Si! Senza “poco”
##Che Stronza (sorridendo a testa bassa)
###RIDONO###
Ci avviamo al banco e lì ci troviamo con tutti gli altri. È arrivato il momento di andar via per me, saluto tutti con un generico ciao e mando al cesso tutti i progressi fatti fino ad un attimo prima. Lui mi lancia un’occhiata sconsolata e non dice nulla neanche un ciao dimesso e in coro con gli altri.
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Varco la porta con l’amaro nel cuore poi entro in macchina e inizio a piangere come una bimba. Lacrime a pioggia e la consapevolezza di avere me stessa contro. Una palla attaccata alla caviglia che mi tira giù ogni volta che qualcuno mi tira su. Lullabyyy non fidarti di lui e bello e di strapperà il cuore. Paura anche solo di avvicinarmi a qualcuno, sto diventando patologica. Lullabyyy lui può avere chi vuole tu saresti il suo giochino e poi quando si scoccerà ti butterà via. Si può avere terrore così dell’ignoto? Non è possibile! Devo fermarmi! Adesso! Al più presto!

Sono qui anch’io. Con tanta paura nel cuore che batte forte
Lullabyyy84-IO³

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Bello + Alto che mai

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A lavoro ci sono cambiamenti, finalmente! Sono in un posto nuovo, gente nuova, cose nuove, tutto nuovo per la mia grande gioia. In un mese sono quasi completamente ambienta e a mio agio… oddio, dipende da cosa vogliamo intendere per agio.
Non è per me esperienza certo nuova lavorare con un gruppo di soli uomini, ma ogni volta mi ci vuole un po’ di tempo per capire le dinamiche e decidere dove collocarmi.
Ho un capo: cattivo, crudele, un po’ burino, cupo, volgare, arrogante E MI PIACE! Non so perché, ma vederlo maltrattare i dipendenti mi eccita, vederlo fare il padre padrone poi…e quell’aria misteriosa che non capisci quel che pensa. È un leader eppure ha gli occhi bassi quando parla con me.
Ho dei colleghi dal linguaggio colorito, dagli occhi puntati su corpi di estranee, dal complimento greve e dalle avance facili. Ma sono divertenti, simpatici e veri. Che mi importa se parlano delle mie natiche o del mio seno inesistente. Cosa assai più interessante è che dicono quello che pensono, pensano rosso dicono rosso, se nero, nero. Sono un po’ daltonici e quindi sono incapaci di percepire le sfumature…ma vabbè me li tengo così come sono.
Ho un principe azzurro non lontano da me, un mio collega e uno della mia stessa barca. È bello, è alto, è calmo, rassicurante, mi difende e mi protegge, mi aiuta e mi consiglia. È un tesoro, adorabile, uno di quelli di cui diresti beato chi se lo sposa, e poi diresti anche “e che cazzo ciò una sfiga”. Avrà sicuramente una ragazza perfetta, una bionda ma non stupida, graziosa, gentile e figa ma discreta. Maledizione che tortura. La mia magra consolazione è sapere che lui è lì anche per difendermi e mi faccio forte di questo. È magnifico.
Ho, infine, un fastidioso insetto stecco, una cicogna. Un essere dispettoso e molesto con me a lavoro. L’ho incontrato il primo giorno, nel pomeriggio, che si aggirava con fare sicuro e non passando certo inosservato sia per la sua altezza, sia per la sua bellezza. Un lampione curato nell’aspetto con dei buffi guanti da lavoro che servono per non rovinargli le mani col cartone o con la polvere. Ho avuto subito la solita impressione: è un piacione con l’hobby delle femmine, è troppo bello, lo voglio lontano da me. Mi mettono in soggezzione quelli della sua categoria, devono stare con le bionde spilungone modelle, lontani da quelle come me che non spiccano certo per la bellezza ma per il forte carattere e una parvenza di intelletto. Eppure per l’ennesima, volta, dopo Emmanuel la scorsa estate, questo elemento di catagoria diversa decide che il mio carattere e il mio fare bizzarro sono di suo gradimento e lo attraggono. Io gli sto ben lontana, mi imbarazza la sua bellezza, qualsiasi cosa dica o faccia io cambio colore in volto, la mia timidezza repressa e sotterrata riemerge come un vulcano e mi trasforma il viso in lava viva. Odio sentirmi così e soprattutto non poterne avere il controllo, ma mi lascio andare; se il mio più grande problema è che la gente non capisce quello che penso e sento almeno il mio colore della pelle potrà tranquillamente parlare per me. Le nostre uniche interazioni riguardano il lavoro e appena posso mi dileguo senza dire niente, voglio che i rapporti restino freddi, non voglio che si prendano neanche un pezzo di me se questo mi porterà, come nel vecchio lavoro, ad avere problemi in futuro, freintendimenti e delusioni. Mi rivolgo a lui con richiesta: “Posso farti una domanda da 1 milione di dollari?” portando con me il cliente e la sua domanda assurda. Lui mi aiuta per quel che può, ne sa poco più di me, terminata la cosa me la svigno subito ma lui mi ferma e mi fa: “e il milione di dollari?” Senza accorgermi viene fuori con prepotenza la solita me, che gli sottolinea il fatto che concretamente non è riuscito a rispondere alla domanda ma ha solo mandato il cliente allo sbando in una terra di mezzo non meglio identificata. Lui è molto sorpreso della reazione e soppia in una microrisata per la serie “ah però (che stronza)” mi sorride e a quel punto sento che sto per mutare colore quindi vado via con un’uscita di scena repentima ma d’effetto. È l’inizio della fine, lo sento sempre più attratto da me e dalla mia apparente indisponenza. Inizia a salutarmi in modi fantasiosi, prima al bar dove per nascondere la mia faccia paonazza, dopo un saluto e un sorriso, riaffondo la testa nei libri senza curarmi di lui. Visto che è evidente che non voglio salutarlo inizia a salutarmi con voce squillante e ironica. Me lo ritrovo qualche giorno dopo a domandarmi: “Ma perché parli con tutti tranne che con me?” Suona come una provocazione sottile, ma riesco ad intravedere le armi che ha messo su per la battaglia contro il mio muro. Me la cavo bene, non siamo soli e rispondo in maniera diplomatica, acquistando stima e rispetto dei suoi colleghi e guadagnando il suo silenzio.
Un evento ci avvicina più di altri: un cliente dalle richieste multiple e complicate, una vendita mo’ di parto conclusosi con 8 ore di travaglio e pratiche complesse. Do a lui tutte le indicazioni e poi me lo ritrovo a fare un errore dietro l’altro. Sono con lui a sistemare e viene fuori una bizzarra situazione dove lui resta quasi fermo e immobile e io sono costretta a dimenarmi facendo attenzione a non toccarlo per non creare un precedente. È quasi fisso e mi fissa mentre io gli dico: “ma come è possibile che non capisci quello che dico”, “forse sei tu che non ti sai esprimere” mi risponde. Consegna del prodotto e salutando il cliente questo si intrattiene ringraziandomi e ribadendo i complimenti che anche in precedenza mi aveva fatto davanti al capo. Il lampione barbuto rimane spiazzato e fa dell’ironia, io sdrammatizzo e fingo un colpo sul suo ventre e lui d’improvviso apre un braccio e mi porta a sè, al suo finco. Un abbraccio che rompe un altro pezzo di muro e il ghiaccio. Il cliente va via e io e lui rimaniamo all’imbocco del corridoio come due padroni di casa sull’uscio salutano chi sta andando via dopo una visita.
Non si ferma: durante una conversazione con un suo collega decide bene di coinvolgermi e finiamo per battibeccare per i suoi errori: “ti avevo specificato 2 prodotti 2 clienti 2 bollettine ma stesso codice”, “se manca il prezzo è colpa tua, sei tu che presiedi l’area”, “iooo! Le variazioni prezzo arrivano a voi tramite comunicato che ci vuole a stampare tutto?”, “Ma lo sai come mi ha chiamato: handicappato”, “ma quando l’ho fatto non volevo offendere la categoria, infatti ormai si chiamano -diversamente abili- ma tu no, tu resti nella categoria handicappato!” “Ah è così, vediamo di far rapporto a qualcuno… questo perché è così, qui è sporco (mentre passa al setaccio la mia postazione) “, “tu hai la targhettina ma non il nome, sospetto che al direttore non piacerà la cosa”…. ritmo serrato, una guerra vera, verbale e molto sexy, almeno a livello intellettivo. Cavolo penso abbia capito come giocare e si è calato nella parte e agisce, io crollo come non faccio mai, la battaglia l’ha vinta lui, anche se non lo saprà mai, mi ha spiazzato. Mi avvicino a lui con fare pacato dopo un lungo silenzio e gli dico: “Ma te la sei presa davvero?”, lui mi fissa e dopo avermi ascoltato bene mi sorride e ride e mi fa “ma no, ma stai scherzando”. è bello quando ride, perché è vero. Mi piace che giochi alle mie regole, è come se si mettesse alla prova e non so bene se solo per curiosità, sfida o altro. Mi lancio nell’ultima confidenza, gli racconto una carognata che mi ha fatto il secondo giorno di lavoro, “ed ho pensato -eccallà proprio lo stronzo mi doveva capitare”, “ecco perché ero l’unico a cui non rivolgevi la parola” e ride… Sono poche le occasioni che passiamo insieme e a prescindere dalle mie paranoie le sue risate mi spiazzano, diventa interessante… ma ho paura. Sono in grado di gestire ogni tipo di situazione ma ho sempre paura di rovinare il clima del lavoro, sono appena arrivata…
Sono lì che parlo con un cliente e ormai non sono più in grado di non distrarmi se nelle vicinanze ce lui. Mi ritrovo approggiata al tavolo a conversare con un cliente e poco dopo sento la sua presenza dietro di me, me lo ritrovo spalle a spalle, talmente vicini da toccarci, tutto è molto strano, ma anche molto bello, bello come lui e quel sorriso e quelle risate fresche che mi animano il cuore.

Sono qui anch’io. Rapita.
Lullabyyy84-IO³

Bello + Blue Jeans

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IMG00264E sulla mia strada incontro un certo Jeans, Blue Jeans. Un tipo alto, moro, gentile. Le sue origini gli danno un suono rassicurante e una cadenza dolce, uno che parla così non potrà fare del male a nessuno, immagino. E uno dei pochi matti sulla faccia della terra che ha capito il gioco e ha deciso di provarci. Mi fissa intensamente e penso che si sia preso una cotta per me. Ha delle buffe reazioni quando dico la parola “ragazzo”. Mi manda sms di buona notte. Ho tutti i segnali e penso; “questo mi si accolla, già lo so”. Invece non va tutto come immaginavo, per la regola l’apparenza inganna mi imbatto in un bizzarro essere umano, tutto diverso da quello che credo. Passo da un “non mi piace”, a un “ah vabbè allora si può fare…” in finale un “è perfetto”. E già, chi l’avrebbe mai detto, non ho sempre ragione e posso sbagliare anche io. Blue Jeans ha qualche anno in meno di me, è alto, moro, ha dei lineamenti del viso bizzarri e una voglia sul mento. E’ un ragazzo carino, sia fisicamente che nei modi. Lo vedo come un povero sfigato se non che qualcosa cambia. In 4 giorni prova in tutti i modi a farsi avanti, il ragazzo ha classe e riesce anche a non disturbarmi, ha un fare discreto, gesti gentili ma nascosti. Ci sa fare. Finalmente il quarto giorno usciamo tutti a cena, è un occasione per scoprire qualcosa in più su di lui, per ridere e scherzare pesantemente. Un pezzo di confidenza, il più lo prendiamo durante il post cena e il passaggio a casa, conclusosi con un cinematografico sguardo di lui fisso su di me, un silenzio di qualche secondo e un deciso bacio sulle guance con annessa buona notte. Una volta arrivata a casa lascio la borsa e prendo il telefono con la convinzione che mi sarebbe arrivato un sms, è così! Mi vanto della mia bravura da indovina e lancio il telefono senza rispondere sbuffando all’idea di aver appena firmato la mia condanna a morte con un ragazzo romantico in cerca di attenzioni. Dopo una mezz’ora mi sento in colpa e non riesco a dormire, così prendo il telefono e rispondo in maniera divertente al messaggio, sono pronta a chiudere gli occhi e la mia coscienza è pulita. L’indomani altri messaggi e più si avvicina l’orario del nostro incontro e più io sono sicura di andare incontro al bacio, il suo bacio. Non mi sbaglio neanche stavolta, succede che mi prende un dito, mi accarezza l’anello, mi prende il mento e mi bacia. Mentre succede io penso ad una cosa sola: a quanto sono poca adatta a queste cose, “non me dice nniente”, non bacia male, ma io non vibro, mi diletto in un attività fisica non l’unica funzione di lavorare sui muscoli facciali e basta. Non fa per me e per tutto il resto del tempo penso a come affrontare il rivedersi a fine serata. Che palle! Odio queste cose. Non c’è un altro momento per rimanere soli e quindi ho la scusa giusta per andar via senza dover affrontare l’argomento. Sms arriva puntuale durante la mia fuga, ho la stessa reazione del giorno prima: sbuffo, non voglio rispondere, poi dopo un’ora i sensi di colpa mi attanagliano e rispondo con un mi dispiace e bla bla bla. Lui non risponde altro, silenzio per tutta la serata. Immaginandolo buono e sensibile penso se la sia presa. Mi avvio al nostro solito appuntamento, il giorno seguente, casuale e quotidiano, con l’idea di trovarmi cavia di un pippotto e invece pare tutto tranquillo con mia grande sorpresa. E ci rimbattiamo nel solito bacio rubato nell’ombra del nostro nascondiglio, una serata che questa volta non si ferma lì e continua ad una festa. Gente con cui chiacchierare, ridere scherzare, siamo tanti e io cerco un nascondiglio per noi due, mi alzo per andare in balcone a fumare. Lui mi segue nonostante non avessi detto nulla, per rimanere soli e non perdere tempo viene al freddo di una serata di aprile in mezze maniche. Subito dietro di lui altre 2 persone, addio privacy, addio baci, addio carezze. Rimaniamo lì bloccati per almeno mezz’ora, occasione mancata in pieno per uno scherzo befferdo del destino. Rientriamo ed è sempre attaccato a me, come ha sempre fatto e come non avevo quasi mai notato, mi tiene stretta a lui come se sulle sue cosce ci fosse della colla che mi assorbe e ci tiene attaccati. Lasciamo la festa e ci dirigiamo in un locale, è già l’una ma non è ancora troppo tardi. Musica e gente che balla, gente che passa, mucchi di passanti e siamo tutti appiccicati in attesa di capire cosa ci va di fare: bere, ballare, andar via. Con la scusa del poco spazio siamo uno vicino all’altro, le nostre mani si incontrano in segreto e si lanciano in conversazioni amichevoli. Sempre più gente lì dove siamo noi, siamo praticamente pressati, uno sull’altro, troppo vicini per rimanere indifferenti, fermi e senza far nulla. Decido di usare la solita scusa: sigaretta. Lui è dietro di me, usciamo dal locale e un piccolo imbarazzo ci porta lontani dall’ingresso. Siamo in mezzo ad una strada, ed inizio a capirlo meglio. È un ragazzo calmo ma irruento, senza pudori ne freni. Non si fa mettere k.o. dai miei no e in modi fantasiosi ci riprova ogni volta senza infastidirmi. È caparbio, testardo, arrogante e porco! Mi piace un po’ di più adesso. Stop! Può bastare per ora, ma io non ho ancora fumato effettivamente. Mi preparo la sigaretta e lui è muto davanti a me, non parla, non abbiamo niente da dire… è strano ma mica tanto. Gli dico che se vuole scendere non è un problema per me restare sola a fumare, lui si assicura che così sia realmente e con un “effetivamente io non fumo” scende le scale senza molti problemi. Io resto lì fuori, sola, in mezzo a gente che non conosco con una sigaretta fumante in bocca, con l’odore di sesso addosso col retrogusto di zoccola. Sono sola e libera, circondata dal nulla, no pensieri, no paranoie, no, non cerco amore. Non voglio essere amata, tanto meno da uno sconosciuto, non voglio essere al centro di un fittizio mondo di qualcuno che inganna la mia testa vuota per portare a letto con sè il mio corpo. Non ne ho bisogno. Avevo bisogno di vibrare anche senza un motivo importante e l’ho fatto, ho preso ciò che il mio corpo mi ha dato sotto forma di sensazione e ringrazio del gustoso pasto. Torno anch’ io giù a far nulla, perché tanto sto bene, ma poi vengo spinta in pista e sono lì che mi diverto serena, come una hippy sotto effetto della mariuana, gioiosa come solo danzare mi rende, libera… si sono proprio un hippy!
L’indomani è l’ultima, l’ultima occasione, volta, la fine insomma. Una serata strana, tanti incontri, una cena in un buco di fraschetta a sorseggiare vino e strane birre. Chiacchiere tante e con mio stupore le nostre mani si legano ancora ma in un modo diverso, più fermo e sicuro, più dolce ma sempre nascosto a tutti. Carezze celate dall’austerità di noi due rocce sulle quali se ti fermi a fissarci puoi vedere due facce che sorridono. Si legano i piedi e le gambe si incatenano, come a dire fermati qui finché puoi. Cambiamo posto e sotto un tavolo a strisce di legno qualcuno si accorge di qualcosa, sembriamo due fidanzati, ma che non si conoscono. Non mi trattengo dal dire quello che penso e mi ritrovo gli occhi spalancati di lui, sbigottito da quella che sono. Non conosciamo molto l’uno dell’altro ma c’è qualcosa che ci intriga, ma non osiamo alzare il velo per scoprire ciò che c’è sotto, siamo dei fottuti individualisti che si sono casualmente scontrati per strada, non c’è fututo. Vedo qualcosa di me al maschile in lui, nel bene e nel male. Scopro una persona fiera e tronfia di se, ma con discrezione. Passeggiamo per troppo tempo lontani ed ad un certo punto mi sento tirare per la giacca e mi ritrovo sotto le sue braccia mentre mi avvolge e mi afferra il sedere da una tasca del jeans, Mister Blue Jeans, si. Risaliamo in macchina e mi succede qualcosa di strano: riusciamo a tenerci per mano anche mentre io guido, riusciamo a baciarci perché gli altri dietro già dormono, ma più ci avviciniamo all’arrivo e più mi trovo ad afferrargli con forza la mano, siamo ad un isolato e con quelle strette quasi gli stritolo le dita. Saluto tutti e lui riesce a trattenersi giusto 2 secondi di più per l’ultimo bacio per dirsi addio. Ho la certa percezione che quella sarà l’ultima volta che avremo un contatto…e così è. Nessun messaggio quotidiano, nessuna telefonata ma solo il pensiero piacevole di aver incontrato uno che a suo modo a buttato a terra un altro pezzo di muro della intoccabile Lullabyyy. È perfetto così, giusto così, vero così… Mi ritrovo a pensare solo a quelle mani incatenate una all’altra senza che l’una chiedesse troppo all’altra, discrete e nascoste. Le relazioni occasionali dovrebbero essere tutte così… senza pretese. Godersi quel che di bello c’è e se son rose fuoriranno, il destino è il giudice della mia vita, mi fido più del caso che delle persone e delle loro teste e cuori malati.
Addio Blue Jeans.
Eri perfetto…per quel che eri 🙂

Sono qui anch’io.In jeans
Lullabyyy84-IO³