Archivio mensile:dicembre 2012

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Un istrice.

Lady Catelyn Stark

C’era una volta un istrice.

Era un istrice poco fortunato e riservato.

Era scettico nei confronti degli altri.

Un giorno ebbe un sussulto.

Sentì nascere dentro di lui qualcosa.

Lo stomaco frizzava, le gambe si alleggerivano, dentro di lui nasceva la bolla della Felicità!

Provò a tenerla tutta per lui nel suo stomaco, ma un giorno, parlando con un’altro istrice, la bolla, gli uscì fuori, finendo sugli aculei del suo amico istrice, che senza accorgersene o darvi troppo peso,  la scoppiò.

Da quel giorno l’istrice tenne sempre la bocca chiusa, e le bolle di felicità, dentro di lui.

Dopo pochi giorni, l’istrice scoppiò, e morì.

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Capita, come dice lei, lo penso anche io.

memoriediunavagina

Capita quando c’è un weekend lungo.

Capita quando torni da una cena a casa dei tuoi amici che stanno per sposarsi.

Capita quando viene giù la prima neve, che ti vien voglia di accoccolarti nel cardigan e affacciarti alla finestra, con il riflesso delle luci dell’albero di Natale sui vetri, ad aspettare che lui – che c’ha delle spalle che uau – si avvicini a te da dietro e ti abbracci forte. Peccato che non ci sia l’albero. E nemmanco lui. Solo la neve. Che in città è popo na merda.

Capita quando cammini per le strade illuminate, tra le vetrine scintillanti, e i signori col cappello, e le coppie che comprano i regali, e i passeggini.

Capita tutte le volte che t’accorgi che a fare una busta di puré ne butti metà.

Capita tutte le volte che le tue amiche ti chiedono: “E tu, raccontaci qualcosa”…

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Bello + Bravo

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Non immaginavo proprio, non immaginavo un sacco di cose…
Aveva semplicemente esordito dicendomi: “e fattela na risata!” Con quel fare da romano senza peli sulla lingua e allo stesso tempo irriverente. Ridevo quel giorno anche solo perché come al solito davo sicuramente l’impressione di quella con la “mazza su per il culo”. Mi faceva ridere perché neanche ricordavo il suo nome, ma quel maledetto sconosciuto aveva colto nel segno.
L’ho incontrato quando iniziava ad andare tutto bene nel mio lavoro, quando sono salita su quel treno che aspettavo da tempo. Ero tanto presa, in tensione, che non pensavo ad altro: lavoro, lavoro, lavoro e nulla di più. Quella battuta mi riportava alla vita vera, quella quotidiana, mi dava un tempo per respirare.
Abbiamo lavorato insieme per 3 settimane: nel buio di una console di regia per 100 min. a sera. “Galeotto fu” il buio forse, o lo stesso modo di lavorare, o le brave persone che si incontrano, le occasioni, i più lavori che ci hanno visto sempre insieme, la riservatezza di entrambi, non so! Con un graduale e lento rendersene conto prima lui e poi io prendiamo atto dei dato di fatto, del dato ok, fatti pochi.
“Il lento e graduale rendersene conto” era stato davvero tanto lento e estremamente graduale…
Come ci definiva qualcuno: “Siete due montagne, ma chi vi smove a voi?!” Questo, un problema!
Non siamo ancora vicini, questo è un altro problema.
Non sembra esserci via praticabile per avvicinarci, enorme problema.
So solo che giorno dopo giorno, anche solo il pensiero di lui mi fa rimettere in discussione tutte le decisioni che da femmina posso prendere nei miei deliri: “Non lo chiamo!” 2 Ore dopo sono col cell in mano. “Ora deve aver capito, mi aspetto che prima o poi ricambi il gesto propositivo”.
Già c’è un eterna lotta tra maschi e femmine, poi metti un timido riservato accanto ad una timida inacidita…
Se solo mi fossi resa conto di quanto avrebbero fatto breccia su di me i suoi pregi e quanto mi avesse potuto rincretinire rimanendo semplice e neutrale, senza bellezza disarmante, senza avere l’età giusta, senza averci mai spudoratamente provaro…
Quei: “Dai su” con mano sulla mia spalla. “Bionda!”. “Sono triste, da domani finisce tutto”. “Ma tutto bene? Ti vedo strana”. “Taranto eh!”. “Ah!”
Sono stanca di immaginarlo. Lo voglio accanto, è ormai un ossessione.
Ma non reagisce a nulla ormai, come se non gli importasse, o forse non gli è mai importato.
Mi basterebbe rivederlo, ancora.
Abbiamo rifiutato gli inviti dell’altro una volta per uno ora si potrebbe mettere di nuovo la palla al centro e rigiocare la partita.
Faccio cattivi pensieri: penso alla cose brutte!
Faccio tanti sogni: voglio che diventino veri!

Sono qui anch’io. Ad immaginare.
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