Passione rugbista

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Ricordo ancora quando ho scoperto questo gioco, passeggiavo per le vie di Trastevere e dovevo attendere qualche ora prima di un appuntamento. Accanto a me c’era un patito, che già aveva provato a inculcarmi qualche nozione e un po’ della sua passione. Quel giorno successe qualcosa di magico: ripescai a remiscenza tutte le nozioni avute e le legai a quello che vedevo sotto i miei occhi su quello schermo a led da 42″. Iniziai a farmi prendere e mi piacque. C’era logica, strategia, lealtà, virilità, coraggio, entusiasmo, uno sport sano e dal grande onore. Andava in scena non ricordo neanche quale torneo, rimasi sbalordita dalla forza di quegli uomini, da come incassavano i colpi e come si rialzavano, da come si placcavano senza violare le regole della “non violenza“. Inizia a seguirlo con costanza e dedizione, imparai le regole e inizia a diffondere il verbo. Non fui mai sola, mi ritrovai alle spalle, che mi seguivano, tanti amici e parenti e per la strada incontrai qualche storico appassionate, un paio di ex giocatori. La comunità ne è piena e ci facciamo forza tra di noi quando si tratta di beffeggiare i patiti del gioco da femminucce: il calcio. E’ una regola, quando inizia a piacerti il rugby dimentichi il calcio, o al massimo inizi a tifare la squadra del paese, quella della serie D magari.
Sono reduce dall’esperienza must per un tifoso: lo stadio.
Italia – Inghilterra ROMA, STADIO OLIMPICO. 11 febbraio 2012 ore 17
Non ricordo neanche quanti millenni fa ho preso i biglietti e con quanta cura li abbia conservati, il giorno è arrivato insieme alla neve, quella neve che settimana scorsa mi ha impedito di tornare a casa e mi ha bloccato sul grande raccordo anulare in tilt. Stavolta non c’è calamità che mi possa fermare e tanto meno un sindaco disorganizzato. Prendo e parto con i miei piedi ben armati di scarponi, due biglietti per i mezzi pubblici e un imbragatura da passeggiata al polo nord. Non mi fermi tu madre che mi metti l’ansia con le tue frasi: “Ma metti che poi…”. Non mi fermi fratello che con aria saccente mi dici: “Ma dove vuoi andare?“. Non mi fermate, io vado. Infatti io vado e ci arrivo pure allo stadio. Corro sulle scale di accesso mentre lo speaker sta per annunciare l’entrate dalle squadre, corro come in un film, corro con la neve attaccata alle braghe e il moccio al naso. E sono lì, lo stadio è pieno, siamo tutti li ammucchiati, inglesi italiani, non c’è modo per distinguersi perché lo sponsor si è inventato dei cappelli duple face!!! Ma il rugby è anche questo e ci piace a noi! Giusto il tempo di sederci e inizia la partita, sono in confusione ma vedo meglio di quel che credevo. Il commento della persona che era con me è stato: “Non so mica come i calciatori, guarda questi so armadi se vededono c***o” ovviamente è una donna, era palese, no?! Venti minuti di studio, ottime azioni dell’Italia ma mai pericolosamente vicine alla linea di meta. Il gioco si interrompe diverse volte a causa di alcuni infortuni, tra questi c’è quello di Castro che è costretto ad uscire dopo essersi fratturato una costola. Poi vedo quell’errore degli inglesi, la palla si avvicina impazzita alla nostra meta e vedo Giovan Battista Venditi che la prende in grembo e la porta oltre la linea come un bravo babbo! “Meta, c***o, metaaaaa” ho urlato! Neanche il tempo di riserderci e prendere fiato che quella lepre di Benvenuti intercetta un passaggio inglese e correndo alla Forest Gump ritorna in meta dopo circa due minuti dall’altra. Le squadre rientrano negli spogliatoi e siamo 12-6. Ci credo, ci spero che si possa vincere la partita ma non è così. Quando giochiamo al piede facciamo schifo e ci fregano subito. Continuo a non capacitarmi del fatto che in un paese come l’Italia, celebre per il calcio, la nazionale di rugby non abbia ancora trovato un buon calciatore, maledizione! Capitan Parisse si infortuna e io lo seguo con gli occhi nel campo manco fossi una mamma preoccupata. Sono ancora una mamma, ma stavolta fiera, quando viene dichiarato man of the mach! Che gioia ma vabè alla fine sta partita la vincono gli inglesi e io sto ancora a rosicà. Continuano a cantare questa canzone che a noi paia dire “Signo’! Signo’!”. Calcolando che l’anno scorso abbiamo perso 59 a 13 e quest’anno abbiamo rischiato di vincere direi che st’inglesi possono cantare un altro anno…poi se strozzano!!! Gente in maniche corte e calzoncini, senza neanche un paio di pedalini ai piedi, che fa la forte ma poi la vedi ballare dal freddo e allora noi romani gle cantiamo “A ‘nvedi come balla Nando“! Si torna a casa e fuori è ancora tutto bianco, noi siamo tifosi di una squadra che sanguina, che cresce, che va via solo se ha una costola rotta e non un unghia spezzata, affronteremo anche questo. Una volta al pc trovo questo articolo del Corriere della Sera e sorrido, ora ho capito perché questo gioco mi accende il cuore.

Sconfitti, ma immagine di un Paese senza trucco e meno phonato” di Mauro Covacich dal Corriere della Sera del 12 febbraio 2012
Buona lettura.

Sono qui anch’io. Appassionata.
lullabyyy84-IO³

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Informazioni su lullabyyy84

A volte penso di essere stata creata in laboratorio. Sarei la ragazza perfetta, la fidanzata perfetta, l'amica perfetta, almeno così sembra. In realtà a me non è che mi convinca tanto la cosa. E se questa è perfezione non è detto che sia così piacevole. La gente è proprio strana, quello che vede è sempre la distorsione della verità e se una cosa è storta poi magari nella visione finale sembra dritta, questo è il mio caso. Vivo due mondi in parallelo, sono: la bianca e la nera, la buona e la cattiva, la timida e l'estroversa, la prima e la seconda ma anche l'ultima. Sono priva di curiosità e istinto, da queste parti l'unica padrona è la ragione. Inizio ad avere qualche problema di memoria serio, dimenticare è ormai il mio hobby. Lavoro nel mondo dello spettacolo ma lungi da me il desiderio di diventare una soubrette, dannarsi dietro le quinte è assai più gratificante. Per chi come me vive nelle contraddizioni sempre pronto a mettere in discussione tutto forte come pochi fredda razionale e calcolatrice il bello e il brutto di me tutto qui dentro.

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