Archivio mensile:febbraio 2012

Buon San Valentino cuore

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E’ San Valentino

e io mi sento come quel pellicano…

XD

Sono qui anch’io. Pesante come un pellicano.
lullabyyy84-IO³

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Detto da una ragazza cattolica tutto ciò è scandaloso!

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La mia formazione cattolica mi ha sempre inculcato l’idea che desiderare l’uomo d’altri è peccato. Nel decalogo occupa le ultime posizioni e così ho pensato e ripensato. Sarei davvero la tipa che darebbe per assodato il fatto che non sarebbe andata mai con un uomo già impegnato perché questo avrebbe creato in me un senso di colpa. Mi sono sempre detta che non porterei mai un uomo a fare qualcosa che io in prima persona, se fossi nella situazione opposta, non vorrei mai subire, un tradimento. Ma nella vita si cambia e ancor prima si incontrano tante persone diverse da noi.

Un giorno ho parlato con D. di soli 21 anni, fidanzato da 8 mesi con la sua ragazza morbosamente gelosa. Non è estraneao al tradimento, l’ha già fatto in passato e programma di farlo ancora, anzi è proprio su questo che verte la nostra conversazione. Ho sospettato che D. mi facesse delle avance, abbiamo anche una probabile intesa, ma io sono cojona e ci ripenso sempre. La mia grande paura e di sbottargli a ridere in faccia sul più bello, visto che siamo colleghi e ci vediamo abbastanza frequentemente. Ma l’esperienza mi ha tranquillizzato su questo, sono in grado di scindere le due cose e ancor di più non sono una ragazzina brufolosa che si imbarazza di rivedere il ragazzo che ha baciato dietro il muretto del cortile di scuola. Non ho mai avuto problemi di acne è forse per questo che mi ritrovo a combattere con problemi adolescenziali ancora non superati? Ma vabbè stavamo parlando d’altro. D. mi spiega che tradire è un gioco sottile, visto che è così sottile lui lo trasforma in un filo di nylon trasparente, invisibile. Ho capito che la sua è una questione di ego e che avere più partner per lui corrisponde ad una cascata di egocentricità. Come dovrei pormi davanti a lui, mi domando. La risposta esatta è NUDA! Gli uomini hanno ragione, non capisco perché bisognerebbe pensarci più di tanto. Lui vuole farlo, io non conosco lei, lui mi attizza e io attizzo lui, mi è parso di capire, allora la soluzione è prendete una macchina e fare sesso nel primo posto utile.

Poi c’è L. della mia stessa età, fidanzato con una ragazza da sposare. Mi racconta del suo passato e di come abbia tradito tutte le ragazze precedenti a questa. Confessa di aver fatto tante cazzate e di non pentirsene, la consapevolezza che oggi la persona che ha accanto è quella che vuole per la vita lo frena da ogni istinto, non ci pensa più, ammette. Parafrasando le sue parole: quando hai voglia di fare una cosa è giusto che tu la faccia, il giorno che non ne avrai più voglia sarà cambiato qualcosa ed è giusto che tu ti astenga da una pratica che può minare la tua felicità, la fiducia reciproca, il rispetto. Non sono proprio convinta di ciò, ma la grande stima e l’affetto che nutro per lui mi fanno seriamente pensare ai suoi concetti. L. è il tipo da dirmi in faccia che vorrebbe sbattermi su un qualsiasi scaffale del posto che frequentiamo insieme e che troverebbe estremamente eccitante il fatto di farmi partecipare ad un coito tra lui e la sua ragazza. Per un periodo a causa delle malelingue ho pensato seriamente di allontanarmi da lui, la gente supponeva, ironizzava, diceva cattiverie, pensavo non fosse tanto carino nei confronti della sua ragazza… Poi un giorno proprio davanti a lei lui sfodera battute oscene e a fondo sessuale a me riferite, ci facciamo due risate tutti e tre e vedo serenità negli occhi di ognuno. E’ solo un gioco o è verità? Qualunque sia la risposta il senso di tutto ciò è la trasparenza, la verità. la schiettezza. Quel riso poi parla chiaro. Ora più che mai penso spero che L. smetta di propormi dei menage a trois altrimenti finirei per accettare.

Poi c’è E. fidanzato da anni con un cesso ambulante e una donna priva di fascino intellettivo. Lui è bello, brillante, ignorante ma intelligente, spigliato, socievole, ironico, insomma s’è capito che mi piace vero?! Nonostente la grande stima che ho per lui, scaturita all’improvviso dopo una sua azione inaspettata di estremo valore, penso che non potrei avere una relazione impegnativa con lui, ma potrei passarci i giorni chiusa in casa. Beh si cavolo, mi sono ritrovata a fissare sue foto in costume, per non parlare di quelle stupide mezzi nudi da vacanza con gli amici. E’ bello, mi piace, voglio fare sesso con lui. Non abbiamo  mai parlato di tradimento ma mi capita di sentirlo apprezzare altre donne, di apprezzarle selvaggiamente, di arrivare a dire quelle cose da uomini veri… Abbiamo uno strano rapporto, da quando abbiamo iniziato ad avere più confidenza ci tocchiamo in continuazione, ci picchiamo come i bambini, ci punzecchiamo con volgarità e frasi a doppio senso, qualcuno già sospetta una nostra relazione clandestina, questo significa che potremmo averne una. Quando usciamo per le cene mi ritrovo sempre accanto a lui e a metà serata mi ritrovo sol suo braccio attorno alla mia sedia e io tendente verso lui. Inizio a pensare realtmente che la sua relazione non è un mio problema, lei è talmente morbosa da imbarazzare e stizzire pure lui. Allora visto che l’andazzo è questo perché non provarci seriamente. Ma lui come tutti i ragazzi belli che ho conosciuto mi mette in soggezione avanzare proposte, fare battute dal doppio senso palpabile, è abbastanza sveglio da mettermi in imbarazzo con una mossa e usando un solo braccio. Penso che devo rischiare la mia “dignità e pudore” è giunta l’ora. Ma perché ho parlato di E. in questo post se non conosco la sua idea precisa sul tradimento? Penso che rimedierò presto chiedendolo o mettendolo alla prova. Non mi ci fate pensare che mi si scalda il sangue e poi ho necessità di spogniarmi.

Sono qui anch’io. Una gatta cattolica in calore.
lullabyyy84-IO³

Passione rugbista

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Ricordo ancora quando ho scoperto questo gioco, passeggiavo per le vie di Trastevere e dovevo attendere qualche ora prima di un appuntamento. Accanto a me c’era un patito, che già aveva provato a inculcarmi qualche nozione e un po’ della sua passione. Quel giorno successe qualcosa di magico: ripescai a remiscenza tutte le nozioni avute e le legai a quello che vedevo sotto i miei occhi su quello schermo a led da 42″. Iniziai a farmi prendere e mi piacque. C’era logica, strategia, lealtà, virilità, coraggio, entusiasmo, uno sport sano e dal grande onore. Andava in scena non ricordo neanche quale torneo, rimasi sbalordita dalla forza di quegli uomini, da come incassavano i colpi e come si rialzavano, da come si placcavano senza violare le regole della “non violenza“. Inizia a seguirlo con costanza e dedizione, imparai le regole e inizia a diffondere il verbo. Non fui mai sola, mi ritrovai alle spalle, che mi seguivano, tanti amici e parenti e per la strada incontrai qualche storico appassionate, un paio di ex giocatori. La comunità ne è piena e ci facciamo forza tra di noi quando si tratta di beffeggiare i patiti del gioco da femminucce: il calcio. E’ una regola, quando inizia a piacerti il rugby dimentichi il calcio, o al massimo inizi a tifare la squadra del paese, quella della serie D magari.
Sono reduce dall’esperienza must per un tifoso: lo stadio.
Italia – Inghilterra ROMA, STADIO OLIMPICO. 11 febbraio 2012 ore 17
Non ricordo neanche quanti millenni fa ho preso i biglietti e con quanta cura li abbia conservati, il giorno è arrivato insieme alla neve, quella neve che settimana scorsa mi ha impedito di tornare a casa e mi ha bloccato sul grande raccordo anulare in tilt. Stavolta non c’è calamità che mi possa fermare e tanto meno un sindaco disorganizzato. Prendo e parto con i miei piedi ben armati di scarponi, due biglietti per i mezzi pubblici e un imbragatura da passeggiata al polo nord. Non mi fermi tu madre che mi metti l’ansia con le tue frasi: “Ma metti che poi…”. Non mi fermi fratello che con aria saccente mi dici: “Ma dove vuoi andare?“. Non mi fermate, io vado. Infatti io vado e ci arrivo pure allo stadio. Corro sulle scale di accesso mentre lo speaker sta per annunciare l’entrate dalle squadre, corro come in un film, corro con la neve attaccata alle braghe e il moccio al naso. E sono lì, lo stadio è pieno, siamo tutti li ammucchiati, inglesi italiani, non c’è modo per distinguersi perché lo sponsor si è inventato dei cappelli duple face!!! Ma il rugby è anche questo e ci piace a noi! Giusto il tempo di sederci e inizia la partita, sono in confusione ma vedo meglio di quel che credevo. Il commento della persona che era con me è stato: “Non so mica come i calciatori, guarda questi so armadi se vededono c***o” ovviamente è una donna, era palese, no?! Venti minuti di studio, ottime azioni dell’Italia ma mai pericolosamente vicine alla linea di meta. Il gioco si interrompe diverse volte a causa di alcuni infortuni, tra questi c’è quello di Castro che è costretto ad uscire dopo essersi fratturato una costola. Poi vedo quell’errore degli inglesi, la palla si avvicina impazzita alla nostra meta e vedo Giovan Battista Venditi che la prende in grembo e la porta oltre la linea come un bravo babbo! “Meta, c***o, metaaaaa” ho urlato! Neanche il tempo di riserderci e prendere fiato che quella lepre di Benvenuti intercetta un passaggio inglese e correndo alla Forest Gump ritorna in meta dopo circa due minuti dall’altra. Le squadre rientrano negli spogliatoi e siamo 12-6. Ci credo, ci spero che si possa vincere la partita ma non è così. Quando giochiamo al piede facciamo schifo e ci fregano subito. Continuo a non capacitarmi del fatto che in un paese come l’Italia, celebre per il calcio, la nazionale di rugby non abbia ancora trovato un buon calciatore, maledizione! Capitan Parisse si infortuna e io lo seguo con gli occhi nel campo manco fossi una mamma preoccupata. Sono ancora una mamma, ma stavolta fiera, quando viene dichiarato man of the mach! Che gioia ma vabè alla fine sta partita la vincono gli inglesi e io sto ancora a rosicà. Continuano a cantare questa canzone che a noi paia dire “Signo’! Signo’!”. Calcolando che l’anno scorso abbiamo perso 59 a 13 e quest’anno abbiamo rischiato di vincere direi che st’inglesi possono cantare un altro anno…poi se strozzano!!! Gente in maniche corte e calzoncini, senza neanche un paio di pedalini ai piedi, che fa la forte ma poi la vedi ballare dal freddo e allora noi romani gle cantiamo “A ‘nvedi come balla Nando“! Si torna a casa e fuori è ancora tutto bianco, noi siamo tifosi di una squadra che sanguina, che cresce, che va via solo se ha una costola rotta e non un unghia spezzata, affronteremo anche questo. Una volta al pc trovo questo articolo del Corriere della Sera e sorrido, ora ho capito perché questo gioco mi accende il cuore.

Sconfitti, ma immagine di un Paese senza trucco e meno phonato” di Mauro Covacich dal Corriere della Sera del 12 febbraio 2012
Buona lettura.

Sono qui anch’io. Appassionata.
lullabyyy84-IO³

I lati positivissimi della medicina

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Ci sono tante cose brutte che pensi quando sei in una sala d’attesa di un ospedale. A prescindere dalla gravità della malattia che ti porta lì, sei portato a fare cattivi pensieri, a sviluppare stati d’ansia. Io non risulto esente da questi meccanismi a quanto pare, eppure sono lì per attendere e basta, non aspetto cure. Apro un libro, poi metto anche della musica in cuffia, mi guardo intorno e aspetto che il tempo passi, sospiro e aspetto. Sono distratta, guardo in un punto e poi in un altro, fisso il soffitto e poi faccio riscendere i miei occhi ma proprio in quel momento una magica apparizzione… un gruppo di giovani, dottori e infermieri avanza per il corridoio centrale. Il vento provocato dalla camminata fa muovere e aprire il camice, come fosse il mantello di un supereroe. In cuffia passa questa musica e mi si spalancano gli occhi. Non è possibile: angeli sexy?! Giovani, carini e specializzandi. Questo è il bello di trovarsi in un ospedale universitario. Devo affrontare un intervento a breve ma non ho più paura e la trovo quasi un esperienza piacevole.

Spero nel mio reparto ci sia un’alta concentrazioni di “patatini”. A ben pensare il gioco di ruolo più classico tra le lenzuola è il tradizionale dottore/paziente, ma vuoi mettere se il dottore è davvero tale e con una laurea che lo attesta, un vero camice, uno stetoscopio. Nonostante quelle orribili “ciavatte” si potrebbe andare ore a fantasticare. Dio mio ti ringrazio di essere single, visto che quando vivo una relazione questi pensieri mi si azzerano, sono felice di potermi godere la scarica di endorfinesenza sensi di colpa. Penso che non sia un caso che l’organo malato nel mio corpo sia proprio la tiroide. L’eutirox dà strane scariche di ormoni incontrollabili. Posso urlare: “dottore dottore non mi sento bene…aiuto!” Un sogno perverso che magari si avvererà.

 

Sono qui anch’io. Sotto effetto eutirox
lullabyyy84-IO³

FISSARE UN OBLÒ PER 10 MINUTI

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E mi ritrovo a fissare l’oblò della lavatrice per 10 minuti…

…solo per capire come si disintegra l’involucro del detersivo in ecodosi

Ma quanto sono nerd

Caspita

Sono qui anch’io. Imbambolata
lullabyyy84-IO³

Storia di una tragedia all’italiana

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Come odiare Roma in un solo giorno d’inferno.

Qualcosa di indicibile. Prevista neve per il fine settimana. Tutti si aspettano la solita stupida nevicata romana.

Ore 11:00: metto il naso fuori dalla finestra di casa. Piove. Vabbè mi metto in macchina comunque e vado a lavoro, Le catene? Sono in cantina e i simpatici operai hanno piazzato una montagna di materiale davanti alla porta d’accesso. Vabbè catene mie state belle là. Addio. Parto. C’è neve a Roma nord ma si cammina ancora bene. 90 km/h e tutto fila liscio. A Roma est non c”è neanche un fiocco di neve e penso di aver fatto bene ad andare a lavoro e per una volta non aver permesso alla mia pigrizia di avere la meglio. Ho un lavoro da precaria, con un contratto bislacco, niente tredicesima, ferie o malattia, se non mi presento un giorno a lavoro a 40 gg. dall’ultimo del mese non mi ritrovo il mio stipendiuccio giornaliero. Alla radio va un discorso del presidente del consiglio che mi dice che devo scordarmi il posto fisso e che il futuro è cambiare…Vorrei inchiodare con la macchina e urlare: “Garantiscimi carriera, richiesta concreta di lavoro a tutti i livelli, una specializzazione, una crescita costante, sviluppo, diritti. Voglio vedere questo e poi potrò fidarmi di te!” Il mio lavoro da precaria non mi da neanche sopravvivenza oggi come potrebbe darmi “futuro”. Vado a lavoro anche perché nonostante tutto prendo sul serio il mio compito e aiuto me e il mio paese. Porcaputtana!

Attacco in ritardo ma meglio di nulla. Inizia a nevicare anche lì, ma la neve non ce la fa a posarsi, sono le 12:30 quando riesco a mettere la testa fuori dal mio bunker. La situazione peggiora velocemente però. Chi deve attaccare di secondo turno non arriva, chiama per avvisare dei disagi causati dal traffico ed è costretto a tornare indietro. Mi sento fortunata ad essere arrivata sana e salva e senza disagi al calduccio. Vado in pausa e si vocifera che si chiuderà prima del solito. Il direttore corre avanti e dietro.

Alle 16:30 ci viene comunicato che si chiude alle 17. Il mio stato d’animo inizia ad inclinarsi, mi faccio prendere dall’ansia. Non si capisce la situazione, devo affrontare 40 km di strada sotto la neve. Internet dice poco o non spiega tutto al meglio. Mi dico che se la situazione è grave mi appoggio a casa di un mio collega lì vicino. Mi avvio, la strada sembra agevole, c’è la neve ma si cammina, ringrazio il mio collega e provo ad avviarmi verso il G.r.a. Sono meravigliata, si cammina, a basse velocità ma la strada è agevole. Passo l’uscita numero 11 e inizia il traffico, vabè era immaginabile, un po’ di pazienza, anche se dovessi impiegare 1h per raggiungere casa sarebbe anche comprensibile. Accendo la radio per far passare il tempo.

Arrivo all’imbocco della complanare dell’uscita 10, 9  e 8, sono le ore 18, ho il dubbio se prenderla, il traffico sembra più agevole. Ci rinuncio fiduciosa, ma le attesse in completa immobilità iniziano ad essere talmente tanto lunghe da farmi pensare di spegnere il motore. La benzina inizia a scendere visibilmente, spengo la macchina per sicurezza. Le soste iniziano a durare prima 10 minuti, poi 20, nel frattempo chiamate da chiunque per aggiornarmi sulla condizione del traffico e meteo. Non ci sono molte informazioni e se ci sono sono contraddittorie. Pare che il traffico sia scorrevole una volta passato questo tratto quindi mi armo di pazienza e resisto.

Sono le 20 passate e già per radio ho sentito almeno 3 programmi diversi susseguirsi, sintomatico del tempo che scorre e io sono ancora qui. Mi scappa la pipì, la neve aumenta e il ghiaccio e visibilissimo. Non sono più libere neanche le corsie di emergenza. Vedo sul lato gente che si ferma per montare le catene, tir in panne e superiamo un punto con le camionette della protezione civile. Pare che l’ingorgo fosse causato da questo. Fiduciosa affronto la strada con l’idea di essere salva, la situazione invece si riblocca per l’ennesima volta, le macchine sono quasi tutte spente e la gente è per strada a confrontarsi e confortarsi. Accanto a me 2 file di macchina a sinistra e due a destra. Sono in preda ad attacchi di isteria, spengo la radio e inizio a parlare da sola, come a farmi forza. Fingo tranquillità al telefono ma la situazione inizia a sfuggirmi di mano: la bocca mi si asciuga, ho la testa leggera, tremo e inizio letteralmente ad urlare, sto perdendo il controllo del mio corpo. Mi avvicino alla corsia più vicina al guard rail e mi accorgo di essere vicina ad un ospedale. Con l’aiuto telefonico di mia madre (su un telefono) e mio fratello (dall’altro) mi guidano verso l’uscita più vicina ad un rifugio, un albergo, qualsiasi posto comodo per la notte gelida che mi aspetta. Parcheggio appena fuori dal raccordo, c’è già una catena di macchine parcheggiate sulla rampa discendente del raccordo. La parcheggio di corsa e scendo per far pipì, così en plein air, stavo morendo nel letterale senso della parola. Mi ritorna il sorriso, la tranquillità. Mi siedo con calma, controllo lo stradario e predispongo un piano. L’albergo più vicino è a 7 km ma dovrei farmeli a piedi, la macchina pattina sul ghiaccio è troppo pericoloso. Chiamo ma non mi ci vogliono, non gliene frega un cazzo che c’è un delirio qui e non sappiamo che fine facciamo. Ma con tutta la pazienza di questo mondo mi avvio verso il pronto soccorso dell’ospedale. Cammino lontana dalla strada, ho paura del ghiaccio e delle macchine che potrebbero perdere il controllo. Pochi metri e sono al caldo, sorrido come una bimba. C’è caldo qui, un bagno con acqua calda, cibo e bevande calde nelle macchinette. Mi sento in paradiso. Mi prendo un ora per tranquillizzarmi dopo quella critica crisi di panico di qualche minuto prima. Sono calma tranquilla e inizio a convivere con l’idea di poter passare la notte qui. Mi sento fortunata ad aver delle cose da fare, mi sistemo e inizio a lavorare alle mie carte, il cervello impegnato mi dona serenità. Fuori inizia una bufera, siamo intrappolati, le ambulanze non riescono a muoversi, il raccordo è ancora bloccato, il tg dice che ci sono tantissime persone bloccate in macchina e passeranno lì la notte. Una cioccolata calda mi scalda, dell’acqua fresca sul viso mi distende, un piccolo spuntino mi calma lo stomaco che non ha più forza di lamentarsi. Mi aggrego ad altri bloccati, siamo 6, chiacchieriamo e ci confortiamo a vicenda. Io provo costantemente, con l’ausilio di mia madre, di farmi venire a prendere da un taxi, convinti che la situazione in centro non sia certo come la nostra. Nulla da fare. Passo la notte e riesco a dormire 2 ore in una posizione improbabile.

E’ mattina, faccio colazione con un caffè e ancora non so come riuscirò a raggiungere casa. Passo un ora di riflessione prima della prima telefonata della mattina. Riproviamo con i taxi prima che la situazione riprecipiti, il cell si sta anche scaricando. Mentre penso a come e dove caricare il telefono mi imbatto in un incontro fortunato. Due ragazzi mi passano davanti  e si fermano per chiedermi: “ma sei qui in attesa al pronto soccorso o sei rimasta bloccata con la macchina a causa della neve?” Sono la mia salvezza, mi informano che c’è una lista di persone che l’ospedale invia alla protezione civile per ricevere soccorso e un mezzo per ritornare a casa. Mi accompagnano a registrarmi, mi fanno posto nella stanza dove hanno passato la notte, mi offrono del te e chiacchiere per non pensare. Non riesco a caricare il cell. nonostante ho pc e cavo per caricare. Faccio una chiamata  a casa per informare delle modifiche. Sono le 11 e mezza e non sento mia madre dalle 8 stamattina.

Pare che la protezione civile o l’esercito non arriverà molto presto, siamo tutti un po’ stanchi e vogliamo tornare a casa. Chiedere a qualcuno di venirci a prendere è troppo pericoloso, solo le ambulanza riescono a spostarsi per Roma. Idea! I ragazzi pensano di prendere in affitto un’ambulanza di un servizio privato, visto che siamo tutti della stessa zona possiamo andare insieme e dividerci la somma. 50 euro per tornare a casa? Subito. Appuntamento per le 13.30, abbiamo il tempo di organizzarci, mangiare in mensa e partire.

Sono quasi le 2 del pomeriggio, imbocchiamo la strada che ieri senza fortuna non siamo riusci a percorrere. C’è tanta neve, il raccordo è bianco, ci sono macchine abbandonate ovunque, la strada non è proprio pulitissima. Sulle rampe di uscita macchine parcheggiate in modo assurdo, sommerse di neve, chi ha lasciato la macchina lì non so dove si sia mai potuto accampare, è una zona esageratamente isolata. Un delirio. Arrivo a casa e non mi par vero, le strade sono ancora sporche, non è passato nessun mezzo spalaneve, sembra opera di pale a mano o del passaggio ripetuto delle macchine. Saluto i miei compagni di sventura e mi avvio verso il portone. Giusto il tempo di avvisare la famiglia e mi concedo una doccia calda. Chiudo gli occhi e mi pare di vedere la neve scendere, apro la finestra e c’è neve ovunque, non voglio vederla, mi da la nausea. Non prenderò la macchina fino a quando non sarà tutto sciolto. Mi sento sopravvissuta ad un disastro, un catastrofe non troppo seria, creatosi per la cattiva organizzazione magari, come tante qui in Italia. Credo che istituirrò un nuovo genere drammatico: “la tragedia Italiana” un misto di assurdo, commedia dell’arte, confusioni alla maniera latina e quel riso amaro del genere napoletano del secondo dopoguerra.

Non credovo poterlo mai dire: “Ti Odio Roma” quando mi fai sentire come una formica in un mare di formiche impazzite.
Torno a casa con la voglia di fare una marea di cose che non ho fatto ancora nella vita, come uno scampato a qualche fatalità.
Non voglio certo giocare con la neve, non voglio uscire di nuovo e tanto meno guidare fino a quando non si sarà sciolto l’ultimo fiocco.

Sono qui anch’io. Sopravvissuta.
lullabyyy84-IO³